16/06/2010

Lui e/o Lei

Lui, in arte, era Lei. Ogni venerdì notte scendeva dai privilegiati sgabelli dei Lui per dissiparsi, anima e corpo, nelle complicate e contorte e combattute sequenze di pensieri di una Lei, immagazzinandole e riproducendole alla perfezione sulle assi piallate del palcoscenico. E la cipria era la sua armatura e il rimmel era il suo scudo e le calze a rete erano la sua spada e la sua lancia e il suo cuore era il suo grido di battaglia quando, in scena, era Lei.

Ma una notte, un venerdì notte più freddo e fuligginoso e ansioso del solito, ecco che sul suo palco, tra la forra del gobbo e uno stendardo a forma di goccia, tra le sue meravigliose battute da Lei “Devo pensarci” e “Ora ho da fare”, ecco dunque apparire un’altra Lei, vertiginosa, statuaria, dal profumo di petali di rosa messi dolcemente a macerare in alcool e poi sepolti per inverni interi sotto uno strato amorevole di sughero. E Lui, sebbene in arte fosse Lei, ne restò affascinato, avvinghiato, soggiogato. Quell’ingresso non era nella parte, il copione sembrava garrire come una bandiera tormentata da un vento di tempesta, mentre Lui, ancora in arte Lei, cercava il punto perso e la via smarrita tra le pagine stropicciate. E, se con un occhio guardava le righe, con l’altro occhio non poteva non spiarla, riflettere sui suoi movimenti sinuosi, semplici eppure armoniosamente complessi. Ah, cos’era quella Lei, chi era quella Lei che a Lui nessuno aveva ancora presentato?

In un balzo di ciglia contro ciglia si riprese, respirò poggiando una mano sul petto come avrebbe di certo fatto una Lei d’alto rango e ricominciò da dove aveva interrotto. Scartò battute inopportune, sovrappose improvvisazioni a frasi che in quel momento gli sembrarono trite e ritrite, si mosse ancora più leggero e allo stesso tempo leggera per non sfigurare, per farsi notare dalla nuova Lei, che già aveva guadagnato il centro del palco e così si rivolgeva alla platea.

“Dove sono gli eunuchi? Dove le dicerie. Ah, a quante storie voglio credere prima che mi venga detto: beh, è tutto falso! A tutte quelle che posso! Sì, datemi menzogne, corde irritanti di parole, minuscoli bisbigli pungenti come zanzare ed io ve ne sarò per sempre grata. Perché qui…” disse toccandosi il cuore con due sole dita della mano che Lui, da perfetta Lei, imitò prontamente “…qui ho un veleno più forte di tutti i vostri veleni e non c’è bugia o male che tenga”.

Mentre le parole si alzavano dal palco verso il soppalco del teatro, Lui, in arte sempre Lei, le si avvicinò, guadagnandosi le sue spalle profumate e bianche.

“Ecco…” pensò “…quel che ci manca. Le vostre minuscole e docili rotondità. Noi, qui tra collo e scapola, abbiamo rocce e monti aspri per stelle alpine. Voi, nello stesso punto, avete colline ridenti buone per le vigne. Non potremo mai sostituirvi e già di Lei mi sono innamorato”.

Fece due passi all’indietro, sentì lo schiocco del legno piallato, il profumo dei tendaggi del sipario.

Restò lì, seminascosto tra le ombre delle scenografie, ancorato al suo crepuscolo a spiare il trionfo finale di quella misteriosa Lei, venuta dal Nulla per insegnarli il Tutto che ancora non sapeva, sebbene fosse certo di averlo da sempre conosciuto. Volarono rose. Sul palco piovvero petali e cori di altri Lui come Lui, sebbene ancora in arte Lei, altrettanto innamorati, sconosciuti spettatori ingabbiati da quella presenza troppo a lungo tenuta nascosta. Si fece ancora più indietro, mascherandosi da albero di cartone e gesso, mentre quel corpo sinuoso fluiva, come in volo, verso l’uscita e da là nei camerini. La seguì, attraversando senza nemmeno accorgersene il palco ancora illuminato e ricolmo di grida festose che, al suo passaggio, si tramutarono in terribili fischi di scherno. Ecco, il suo spettro era stato riconosciuto, la sua vera indole smascherata senza nemmeno attendere che il trucco fosse stato levato.

“Che vergogna…” pensò “…ma non ora, non ora! Questo è il tempo del corteggiamento, perché io solo ho l’accesso alle sue stanze”.

Furtivo, scivolò nei corridoi bui, insinuandosi tra gli addetti alle scene, sorpassando il direttore del teatro che nemmeno lo vide, aggirando un gatto mezzo rosso e mezzo bianco entrato da chissà dove. E, senza nemmeno bussare, ebbe l’ardire di entrare in quella stanza fiocamente illuminata, dalla quale fuoriusciva quell’inconfondibile profumo di petali di rosa, messi dolcemente a macerare in alcool e poi sepolti per inverni interi sotto uno strato amorevole di sughero. E rivide le sue spalle, già nude del vestito, e scoprì la sua schiena ossuta e poi, con l’occhio sempre più avido, scese nell’incavo delle natiche, inghiottendo con gran frastuono, perché la gola, da tempo e a causa dei fumi, era secca. E Lei si volse e lo vide e senza sorpresa, sebbene Lui, ancora in arte Lei, sorpreso lo fosse, gli sorrise e gli tese la mano, tanto che il baciarle il dorso fu spontaneo. Ebbe così il privilegio di ammirare nel dettaglio quella pelle magica, trapassandola con lo sguardo fino alle nervature e poi alle ossa.

“Ma come…” pensò a voce alta “…questo non è da Lei”. E tra pollice e indice strinse un pelo di quel dorso che avrebbe dovuto esserne privo. Un pelo nero e lungo e nerboruto. Un pelo che un occhio arguto, un occhio come il suo, non stentò a classificare come di Lui pelo. Il respiro gli restò in gola e non ebbe il coraggio di guardare quel viso faccia a faccia, perché già sapeva la terribile e incredibile verità.

“Avanti mia prode rivale…” disse una voce nasale, trasfigurata, plasmata, come rigurgitata dopo un lungo ed affannoso digerire “…posa la spada e scendi con me all’enoteca in fronte al teatro. Stasera abbiamo sbancato, non possiamo non festeggiare”.

Scoppiò qualche cosa, lontano, tra campanile e università. Forse un petardo, forse una bomba, forse un suicida che aveva scelto quell’attimo preciso per decidere di farla finita con il gas. I vetri vibrarono, i loro corpi vibrarono e un frammento nelle loro anime si scompose, rompendo l’incanto. D’un tratto si guardarono in faccia veramente, scrutandosi tra mascara e rossetto ed arrossirono al solo pensiero di mostrarsi così all’oste dell’enoteca.

“Mio Dio…” disse Lui, ancora in arte Lei “…cosa faremo domani?”

“La fattoria degli animali…” rispose Lui, l’altro, ormai non più in Lei “…ho qui una parte adatta a te. Il maiale, se vuoi”.

La notte scivolò dentro al teatro. Le luci si spensero, le mani cessarono d’applaudire, i piedi batterono in disaccordo tra loro per arrivare all’uscita prima di altri piedi altrettanto scomposti. E la mattina trovò due giovani ubriaconi abbracciati tra loro e tra loro una botte finta, in cartongesso forse, che l’oste aveva amorevolmente evitato di riportare all’interno del locale, giacché quei due sembravano davvero essersene perdutamente innamorati. 

20/02/2009

Prepagato

Sulla mia bocca un bacio prepagato,

da usare quando serve,

quando con te non avresti abbastanza passione per darne uno.

Sulla mia bocca un bacio prepagato,

più sicuro,

per paura che ti clonino l’amore,

 di modo che se lo prendono,

sarà solo un bacio rubato e niente di più.

 

 

Tra le mani una stretta prepagata,

da usare quando serve,

quando con te non avresti abbastanza cortesia per darne una.

Nelle mie mani una stretta prepagata,

più sicura,

per paura che ti clonino la fiducia,

di modo che se la prendono,

sarà solo una stretta rubata e niente di più.

 

Nel mio piede sinistro un passo prepagato,

da usare quando serve,

quando con te non avresti abbastanza coraggio per farne uno.

Nel mio piede sinistro un passo prepagato,

più sicuro,

per paura che ti clonino il futuro,

di modo che se lo fanno,

sarà solo un passo avanti e niente di più.