15/10/2008

Il senso della (mia) vita

Nel mio dito un pezzo di madre, nel palmo uno di padre. Sono un tappeto costruito di madre-trama e padre-ordito. La mia cucina è il simbolo della mia vita accumulata e complicata, fatta di cose in bilico su altre e su loro stesse. Vorrei ancora scaffali, ma il posto non esiste. Il termometro appeso accanto alla porta, incastonato in una farfalla di compensato, segna i quindici gradi. E’ la morte del mercurio, se chimicamente possibile, perché sto sudando. O forse qui gli elementi non hanno ragione, sono materia visibile ma senza proprietà.

La cucina, la mia cucina, è la cosa più abbordabile della casa. La fucina dove convergono oggetti e soggetti. Fino a sei mesi fa c’erano anche i corpi dei miei genitori, accatastati come tutti noi in attesa del pranzo o della cena. In fila indiana o di lato, come un domino, si mangiava ma non tutto era male. La scomodità è solo una postilla alla giornata, può non essere fondamentale.

Fu lì, tra un primo ed un secondo, sbocconcellando un pezzo di formaggio invecchiato nel vino, che concepii l’idea di essere in sostanza un tappeto. E che i miei genitori ne fossero gli artefici artigiani.

Un tappeto non come metafora della mia sporca faccia barbuta, ma piuttosto una definizione azzeccata della mia carne filacciosa. Un medico, poco prima di darmi una pacca sulla spalla rassegnato alla diagnosi, me lo disse che avevo una fibra strana, più vegetale che animale.

Sarà tutta quella verdura che mangio, gli avevo risposto. E lui, professionalmente, aveva riso con lo stetoscopio davanti alla bocca.

Quando, sei mesi fa appunto, i miei genitori abbandonarono casa mia per traslocare in un loculo gemellare, rimasi solo con il termometro rotto, a guardare la spazzatura accumularsi sotto al lavello e il fornello regredire a fiamma per accendino.

Venuto il momento di cambiare vita e dieta, per via di quella diagnosi poco felice, decisi che forse il mio posto non era più in quella casa, tra quelle mura. Pensai, a ragione dopotutto, che il miglior cantuccio per me dove passare il resto dei miei giorni, sarebbe stato quel piccolo negozio di tappeti che stava tre porte più giù. Silenzioso, ma sotto agli occhi di tutti, chiuso, eppure aperto tre giorni la settimana. Il vecchio corvo egiziano non se ne sarebbe nemmeno accorto.

In quel negozio, tra un scendiletto e un tappeto per corridoi, ci rimasi una settimana. Il tempo di venir acquistato da una famiglia armena, che mi riportò in patria nascosto tra camicie e pantaloni del vecchio nonno.

Poi, non ricordo altro.