29/01/2012

Senz'amen

non è per fede, ma oggi quel prete l'ha detta propio giusta a proposito della parola "autorità", a suo (e mio) giudizio caricata di troppi significati negativi, tanto da costringerci a usare in sua vece "autorevolezza". Così è per gli "scrittori" che tali si definiscono, investiti di un potere che non sanno gestire. Meglio dire "io scrivo" che ti rende giustizia usando l'umiltà di chi impara sempre e non insegna quasi mai.

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27/01/2012

dei librai

Lo so, parlare è facile, siamo tutti bravi a pontificare, ma lavorarci dentro è tutta un’altra minestra. Me ne rendo conto. Ma mi rendo conto anche che il mestiere del librario, così come quello del prete o del cuoco, si dovrebbe fare sentendo una certa vocazione dentro. O almeno, nei miei pensieri più ingenui e fiabeschi dovrebbe essere così. Ho sempre guardato ai librai come a dei custodi della parola, oppure come fossero il vagone di un convoglio dove in testa c’è la locomotiva dello scrittore, unita al carro col carbone dell’editore e a seguire tutti gli altri della filiera. I treni più bravi arrivano puntuali alla stazione dei lettori. 
Dicevo dei librai. Ho letto volentieri l’articolo di Antonella Barina nell’inserto culturale di Repubblica della scorsa settimana (pag.104). C’è questo tizio inglese, James Daunt, che ha fatto la grana aprendo una catena di librerie in giro per Londra, imbarcando un sacco di clienti in tempo di crisi e con l’arrivo degli ebook. La ricetta è semplice quanto rara: professionalità, cortesia, atmosfera. Voglio dire, e non me ne vogliano i nostri librai, ma quante volte siamo entrati in una libreria e ci sembrava di stare al supermercato? Quante volte il libraio ci ha consigliato appassionatamente, ha estratto da una catasta di libri uno che a noi sembrava infimo e ce l’ha raccomandato? I libri, si è detto in mille maniere, sono oggetti particolari, quasi sacri. Con loro ci usi un sacco di sensi: la vista, il tatto, l’odorato. Ci fai quasi l’amore. Ci fai l’amore quando con la moglie o col marito vai in bianco. E ti piace pure. Insomma, quello che gli ebook non possono fare è questo: entrare in empatia col lettore. Hanno sì la comodità, sono sì economici, più veloci da reperire e hanno mille altri vantaggi. Personalmente, però, non mi ci vedo a leggere un ebook in un posto particolare, con la luce ovattata, l’odore del legno dei tavoli, in un’atmosfera rilassata. È un potere dato ai libri, al cibo e, per chi ci crede, alla preghiera. I migliori ristoranti, le migliori librerie, le più belle chiese sono ambienti raccolti, particolari. I più bravi cuoci, i librai preferiti, i preti benedetti sono quelli che sanno dirti e darti la cosa giusta al momento giusto, entrando in sintonia con te. Una libreria dove trovo anche uno dei miei libri (per dirne una), ma che è gestita da una statua di gesso che pigia tasti e non si muove da dietro il banco, statene certi, mi vedrà solo quando necessario. Possiedo un Kindle, acquisto e leggo ebook (anche se non da molto) e sto imparando a farli convivere. Quello che però mi manca sono le figure fisiche umane, i librai, quelli socievoli, quelli appassionati, che ti consigliano o ti diffidano, che ti sorreggono come angeli custodi. Io, se ne conoscessi di così pregni di vocazione, farei la loro fortuna. 

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13/01/2012

Quante parole mal spese

ho un libretto al portatore
per le parole.
Posso depositare,
ma non prelevare. 
Almeno per cent'anni.
Spero m'interessi.

tratto da Rime Tempestose, libercolo virtuale.

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07/01/2012

Il duro mestiere di papà

Papà entra in casa, un po’ giù di morale.
“Com’è andata al lavoro oggi?”
“Ho fatto il calcare” mi risponde togliendosi il soprabito di dosso. La cravatta se l’è annodata moscia, il nodo arriva allo sterno.
“Non ti piace fare il calcare?”
“No, mi sento un cretino”
“Quando potremo vederti?”
“Non so, dipende dagli accordi con lo sponsor. A noi mica ce lo dicono.”
Si chiude in bagno, fa quello che deve fare, lo sciacquone romba, attraverso la zigrinatura del vetro lo vedo lavarsi le mani. Quando esce non ha più la cravatta, ma una felpa coi buchi fatti dalle braci delle sue sigarette.
“Cantavi?”
“Ma sì, una filastrocca stupida. Poi, il supereroe ci ha spazzati tutti via con un soffio.”
“Beh, mi sembra divertente.”
“Non lo è. Dov’è tua madre?”
“A farsi la ceretta”
“Cazzo…scusa, non dovevo dirlo.”
“Non importa papà, lo diciamo sempre a scuola.”
“Ah, allora è inutile trattenersi.”
Si siede pesantemente sul divano, prende il telecomando, accende la televisione. Sul teleschermo c’è la pubblicità delle caramelle alla menta. Uomini travestiti da confetti bianchi ballano e cantano in cerchio, mentre una ragazza seduta sopra una panchina ride allegra, mostrando a tutti il pacchetto di mentine.
“Qui eri davvero carino” gli dico.
“No, faccio cagare. Come tutta la pubblicità”. Solleva il braccio, punta il telecomando, spegne la televisione.
“Magari quella dell’anticalcare andrà meglio” gli dico sperando di tirarlo su di morale.
“Magari. Per voi bambini anche un papà in calzamaglia bianca che scappa davanti a un prodotto chimico sembra una cosa bella. Per noi adulti è diverso.” Mi passa una mano tra i capelli e prende il giornale.
“Dove hai detto che è tua madre?”
“A farsi la ceretta.”
“Cazzo..” e stavolta non mi chiede scusa.

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04/01/2012

Giugno 1985, Gabriela Sabatini vs Chris Evert

Giugno 1985, ho tredici anni e mezzo. Mio papà mi dice all’improvviso che sono figlio dello spavento, ma che mi vuole bene lo stesso. Siamo seduti all’indiana sul tappeto del soggiorno, a contemplare una televisione accesa sugli Internazionali di Francia di tennis, in attesa che la maglietta bianca di Gabriela Sabatini, che si sta giocando la semifinale con la Evert, diventi trasparente grazie al sudore. È un’attesa spasmodica che si interrompe bruscamente con la sua rivelazione. Dice, io e tua madre chiamiamo così il tuo concepimento, ma non ti devi offendere. Si volta a guardarmi in faccia, capisce che sono confuso. Prende il telecomando, lo punta verso la televisione, pigia un tasto e lo schiocco della pallina, il borbottio dello speaker e quello del pubblico scompaiono. Ma per me sono le immagini a contare e soprattutto quei dettagli sull’abbigliamento di Gabriela. Ci siamo quasi. Sotto di un set, l’argentina si sta innervosendo e più la tensione cresce più il suo corpo produce sudore, appagandoci. Mio padre getta un’occhiata al teleschermo e una a suo figlio, cercando di tradurre le informazioni da entrambe le direzioni. Vedi, continua, tu sei stato concepito il quindici settembre, nel momento esatto in cui ci fu la scossa di terremoto. Tua madre e io facevamo sempre molta attenzione a, voglio dire, a che io non, insomma, a non fare tutto dentro, hai capito quello che intendo dirti, non è così? Parlando, mio padre dondola testa e corpo usando le ginocchia come fine corsa sul tappeto e il telecomando come metronomo per darsi il tempo. Non ho capito e credo che lui se ne renda conto. Ecco, mi dice fissando Gabriela sedersi sulla seggiola, controllare il manico della racchetta e poi immergere la chioma nera dentro un asciugamano candido, noi non volevamo avere figli, non ci piacevano. Si rende conto di aver esagerato e corregge subito il tiro. Cioè, non eravamo pronti ad averne, mi segui? Dopotutto eravamo molto giovani, sposati da poco e volevamo spassarcela, mi segui? Annuisco debolmente, ma tanto gli basta per darsi un po’ di coraggio. Allora, sai che un uomo e una donna fanno all’amore ogni tanto no? Lo sai questo vero? Voglio dire, a scuola te l’avranno pur insegnato? Non aspetta la mia risposta, che probabilmente lo deluderebbe, e continua la sua confessione non richiesta. Insomma, anche io e tua madre lo facevamo, lo facciamo ancora se è per questo, e anche quella sera lo stavamo facendo, mi capisci? Ebbene, stavamo lì a fare l’amore quando il pavimento comincia a sussultare. Muove la mano, guardandosela, per simulare solo per me come un pavimento possa letteralmente ballare durante una scossa del decimo grado della scala Mercalli. E, dice, siccome mancava poco a che io, beh voglio dire, a che io raggiungessi il coso, come lo chiamate voi giovani quella cosa lì... Scuoto la testa ignorando a cosa si riferisca e mettendolo in una brutta posizione. Mio padre sbuffa agitato, ma ormai non può più tornare indietro. Insomma, continua, quando un uomo, ma anche una donna, sono in cima al..al…all’amore, ecco, succede una cosa e dopo uno sta bene, anche se si sente molto stanco. Quella cosa lì, che ti succede quando fai all’amore con una donna, beh, ecco, proprio quella cosa lì, se ti succede mentre sei ancora dentro una donna, fa nascere un bambino, non sempre ma abbastanza spesso. E siccome io e tua madre non volevamo, stavo sempre attento a non starci dentro a tua madre, non so se mi spiego. Gabriela ha ripreso a giocare, ma perde punti su punti e la sua maglietta fatica a diventare trasparente. Io vorrei seguire le sue evoluzioni, ma capisco che mio padre sta cercando di dirmi qualche cosa di importante e capisco anche che non ci sta riuscendo molto bene, per cui cerco di prestare attenzione e seguirlo, anche se mi risulta impossibile. Mio padre si picchia le cosce con i palmi delle mani, strofinandoceli sopra e prosegue. Bene, quando la scossa è cominciata io stavo proprio per uscire, ero sul più bello insomma, ma la scossa ci ha fatto spaventare. Tua madre ha gridato, io ho gridato e zacchete, è successo che sono venuto dentro tua madre. Venuto? gli chiedo. Mio padre fa spallucce e riprende il mano il telecomando, puntandolo verso la televisione e alzando nuovamente il volume in un gesto nervoso. Lo chiamano così, dice e poi prosegue. Ecco, nove mesi più tardi sei nato tu ed è chiaro che sei stato concepito quella sera, durante la scossa di terremoto, per colpa dello spavento che ci siamo presi. Da allora ci siamo sempre stati molto più attenti e io ho fatto quello che dovevo fare fuori, badando a prendermi in anticipo. Gabriela Sabatini ha perso la semifinale. Sconsolata, se ne torna alla sua sedia mentre Chris Evert alza le mani in un gesto di trionfo. Guardo la bella argentina raccogliere le sue cose e uscire dal campo a testa bassa. La sua maglietta si è bagnata di sudore, ma mai abbastanza perché noi potessimo guardarci attraverso. Mi volto verso mio padre, guardandolo negli occhi. Insomma, vi dispiace che sono nato? Mio padre si alza di scatto e va alla finestra. Certo che no! esclama a voce fin troppo alta, ma volevo dirtelo tutto qui. Bussano alla porta, mio padre approfitta per lasciar cadere il discorso e corre ad aprire. Il collegamento televisivo con i campi da tennis francesi si è interrotto, Gabriela Sabatini non andrà in finale. Si rifarà in agosto, entrando nella top ten WTA, approfittando di una seconda possibilità che a mio padre non concederò. 

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