04/01/2012
Giugno 1985, Gabriela Sabatini vs Chris Evert
Giugno 1985, ho tredici anni e mezzo. Mio papà mi dice all’improvviso che sono figlio dello spavento, ma che mi vuole bene lo stesso. Siamo seduti all’indiana sul tappeto del soggiorno, a contemplare una televisione accesa sugli Internazionali di Francia di tennis, in attesa che la maglietta bianca di Gabriela Sabatini, che si sta giocando la semifinale con la Evert, diventi trasparente grazie al sudore. È un’attesa spasmodica che si interrompe bruscamente con la sua rivelazione. Dice, io e tua madre chiamiamo così il tuo concepimento, ma non ti devi offendere. Si volta a guardarmi in faccia, capisce che sono confuso. Prende il telecomando, lo punta verso la televisione, pigia un tasto e lo schiocco della pallina, il borbottio dello speaker e quello del pubblico scompaiono. Ma per me sono le immagini a contare e soprattutto quei dettagli sull’abbigliamento di Gabriela. Ci siamo quasi. Sotto di un set, l’argentina si sta innervosendo e più la tensione cresce più il suo corpo produce sudore, appagandoci. Mio padre getta un’occhiata al teleschermo e una a suo figlio, cercando di tradurre le informazioni da entrambe le direzioni. Vedi, continua, tu sei stato concepito il quindici settembre, nel momento esatto in cui ci fu la scossa di terremoto. Tua madre e io facevamo sempre molta attenzione a, voglio dire, a che io non, insomma, a non fare tutto dentro, hai capito quello che intendo dirti, non è così? Parlando, mio padre dondola testa e corpo usando le ginocchia come fine corsa sul tappeto e il telecomando come metronomo per darsi il tempo. Non ho capito e credo che lui se ne renda conto. Ecco, mi dice fissando Gabriela sedersi sulla seggiola, controllare il manico della racchetta e poi immergere la chioma nera dentro un asciugamano candido, noi non volevamo avere figli, non ci piacevano. Si rende conto di aver esagerato e corregge subito il tiro. Cioè, non eravamo pronti ad averne, mi segui? Dopotutto eravamo molto giovani, sposati da poco e volevamo spassarcela, mi segui? Annuisco debolmente, ma tanto gli basta per darsi un po’ di coraggio. Allora, sai che un uomo e una donna fanno all’amore ogni tanto no? Lo sai questo vero? Voglio dire, a scuola te l’avranno pur insegnato? Non aspetta la mia risposta, che probabilmente lo deluderebbe, e continua la sua confessione non richiesta. Insomma, anche io e tua madre lo facevamo, lo facciamo ancora se è per questo, e anche quella sera lo stavamo facendo, mi capisci? Ebbene, stavamo lì a fare l’amore quando il pavimento comincia a sussultare. Muove la mano, guardandosela, per simulare solo per me come un pavimento possa letteralmente ballare durante una scossa del decimo grado della scala Mercalli. E, dice, siccome mancava poco a che io, beh voglio dire, a che io raggiungessi il coso, come lo chiamate voi giovani quella cosa lì... Scuoto la testa ignorando a cosa si riferisca e mettendolo in una brutta posizione. Mio padre sbuffa agitato, ma ormai non può più tornare indietro. Insomma, continua, quando un uomo, ma anche una donna, sono in cima al..al…all’amore, ecco, succede una cosa e dopo uno sta bene, anche se si sente molto stanco. Quella cosa lì, che ti succede quando fai all’amore con una donna, beh, ecco, proprio quella cosa lì, se ti succede mentre sei ancora dentro una donna, fa nascere un bambino, non sempre ma abbastanza spesso. E siccome io e tua madre non volevamo, stavo sempre attento a non starci dentro a tua madre, non so se mi spiego. Gabriela ha ripreso a giocare, ma perde punti su punti e la sua maglietta fatica a diventare trasparente. Io vorrei seguire le sue evoluzioni, ma capisco che mio padre sta cercando di dirmi qualche cosa di importante e capisco anche che non ci sta riuscendo molto bene, per cui cerco di prestare attenzione e seguirlo, anche se mi risulta impossibile. Mio padre si picchia le cosce con i palmi delle mani, strofinandoceli sopra e prosegue. Bene, quando la scossa è cominciata io stavo proprio per uscire, ero sul più bello insomma, ma la scossa ci ha fatto spaventare. Tua madre ha gridato, io ho gridato e zacchete, è successo che sono venuto dentro tua madre. Venuto? gli chiedo. Mio padre fa spallucce e riprende il mano il telecomando, puntandolo verso la televisione e alzando nuovamente il volume in un gesto nervoso. Lo chiamano così, dice e poi prosegue. Ecco, nove mesi più tardi sei nato tu ed è chiaro che sei stato concepito quella sera, durante la scossa di terremoto, per colpa dello spavento che ci siamo presi. Da allora ci siamo sempre stati molto più attenti e io ho fatto quello che dovevo fare fuori, badando a prendermi in anticipo. Gabriela Sabatini ha perso la semifinale. Sconsolata, se ne torna alla sua sedia mentre Chris Evert alza le mani in un gesto di trionfo. Guardo la bella argentina raccogliere le sue cose e uscire dal campo a testa bassa. La sua maglietta si è bagnata di sudore, ma mai abbastanza perché noi potessimo guardarci attraverso. Mi volto verso mio padre, guardandolo negli occhi. Insomma, vi dispiace che sono nato? Mio padre si alza di scatto e va alla finestra. Certo che no! esclama a voce fin troppo alta, ma volevo dirtelo tutto qui. Bussano alla porta, mio padre approfitta per lasciar cadere il discorso e corre ad aprire. Il collegamento televisivo con i campi da tennis francesi si è interrotto, Gabriela Sabatini non andrà in finale. Si rifarà in agosto, entrando nella top ten WTA, approfittando di una seconda possibilità che a mio padre non concederò.
13:19 Scritto da: tapenoon | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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