30/12/2011

Voci del demone

Voci che un nuovo demone fosse salito in terra per infestare prima di tutto i parchi acquatici le avevo già sentite, ma senza dar loro il giusto peso evidentemente. Poi, ci fu quel giorno durante il quale visitai la vasca dei delfini e una cosa lattiginosa e schiumante mi venne vicino, afferrandomi una scarpa e trascinandomi letteralmente in acqua. Buon dio, fu terribile e pensai di morire affogato. L’amalgama dei vestiti inzuppati rendeva la risalita in superficie mille volte più faticosa, il panico dentro al petto mi faceva vibrare il cuore. Volevo gridare e non potevo. Finalmente tornai a galla e sputai acqua e sangue, che avevo le gengive sempre infiammate. Qualcuno mi afferrò per i capelli e con un balzo dal basso verso l'alto mi ritrovai seduto sul trampolino. Lei aveva la tuta da sub, ma non la maschera e nemmeno le bombole. La muta era la sua pelle, che io trovai meravigliosa. Nera e gialla, come una salamandra. C’è il demone, le dissi calmo, ma dentro mi sentivo morire. Lei sorrise, si voltò e tornò verso l’uscita. Trascinandomi e gocciolando la rincorsi fino ad affiancarla, superarla e poi sbarrarle la strada. Ma non hai sentito quello che ho detto? C’è il demone là dentro, mi ha trascinato sul fondo. Questo non vi spaventa? La ragazza mosse un braccio e la muta le scricchiolò addosso, sgusciante. Appoggiandomi la destra sulla spalla sinistra mi spostò delicatamente ma inesorabilmente, fino a togliermi dal suo percorso e poi riprese a camminare. Mi voltai verso la piscina, per capire se qualcuno avesse visto la scena e volesse darmi ragione, se non aiutarmi. Laggiù, sul bordo, proprio accanto al trampolino, un giovane dalla faccia sana e dalla muta simile a quella della ragazza, nutriva accucciato un delfino, lanciandogli piccoli pesci dritti in bocca. Inghiottendone uno, l’animale spostò il muso affusolato verso di me e parve schernirmi. Allo stesso  modo fece il ragazzo. Mi voltai ma la ragazza-salamandra non c’era più. Nell’aria odore di squame e figuraccia.

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29/12/2011

Riflessioni post-riflessioni

Andatevene. Nel delirio delle vostre facce scure, andatevene. Io dipingo. E non mi muovo. Pittura e immobilità, tanto mi basta. I coppi raccolgono tutta la neve che possono contenere nel loro incavo e io, che li guardo, mi dico che noi capricorni amiamo le conche e i posti racchiusi. Centri storici così come gomiti o i nidi delle ginocchia. Non possiamo farci nulla, poiché sono le stelle a suggerircelo. Non vi dirò: odio le comitive. Lo avete capito già da voi che non le sopporto e chi ne fa parte non è il benvenuto in questa casa. Andatevene, vi dico e lasciatemi solo. Se il freddo attraversa la mia casa da parte a parte, la freccia di un cupido nordico innamorato del gelo, mi lascerò morire lentamente, con l’espressione congelata di chi ha visto accadere un miracolo ed è morto nell’istante successivo. Beatitudine, non la chiamano così?
A chi mi chiede quanto valga questo mio quadro o quell’altro mio dipinto, io rispondo che non hanno alcun valore, poiché il valore non è nulla in questa stanza. Non conta, così come non conta il potere, il sesso, la gioia o la tristezza. I sentimenti sono “il sentimento”, ridotto ai minimi termini dalla pazienza e dalla riflessione. E se proprio dobbiamo dargli un nome lo chiameremo “gentilezza”, che vale per tutto e per tutti. Come dite? Sono pazzo. Pazzo io? Pazzi gli altri. Voi ad esempio.

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28/12/2011

Festa - abominio di scritture in prova

Festa. Tanta acqua in paese, giù dal cielo, da desiderarne altrettanta, perché quando ci si fa male, pare strano, ma se ne vorrebbe dell’altro a cancellare quello presente. E allora, noi ragazzacci di nemmeno quindici anni, chiediamo altra pioggia, ancora più scrosciante, a cancellare la pioggia che applaude sulla lamiera ondulata della catapecchia, sull’eternit mai rimosso, ora illegale. Tuttavia, Festa! Paesani incarogniti davanti a una griglia in ebollizione, costicine bruciate, patatine fritte, polenta gialla e polenta bianca, salsicce allungate dal grasso, minestrone di fagioli, e il piatto misterioso, dove uno a caso dei cuochi può improvvisare, voltandosi a guardare il cliente, giudicandolo dalla faccia e così scegliendo in base alla simpatia. Tutti lì ad aspettare un avventore, festaiolo incallito nonostante il diluvio, mentre qualcuno giù alla cassa richiede solo un bicchiere di vino e gliene vengono assegnati due: uno pagato e uno in omaggio. Ma non lo voglio, dice. Invece te lo bevi, gli viene risposto.

Graziella mi mostra le mani e sui palmi vedo qualche cosa. Qui ci riconosco la linea dell’amore, le dico. No che non la vedi, fa lei. Invece sì, insisto e ci passo un dito sopra, ma forse sto sbagliando tutto. Però a lei sembra piacere e mi lascia fare, sorridendomi con la bocca sporca di gelato al cioccolato. Perché vuoi darmi un bacio? mi domanda a voce talmente alta che si voltano tutti a guardare. Ma sei matta? sono costretto a dire tra i denti, che davvero il bacio glielo volevo dare ma in santa pace e senza dovermi dimostrare maschio davanti a tutti. Lei se ne va delusa, io me ne vado deluso. Intanto la pioggia non smette e davvero accelera, esaudendo il nostro desiderio masochistico. Guardo le gocce salire dal pantano che hanno creato, esplodendo per risalire poi verso l’alto, come stalagmiti tra l’erba verde. Graziella corre via, agitando le braccia sopra la testa e a me viene da ridere, che un minuto fa la volevo qui tutta gattamorta coi suoi occhi verdi e grigio metallo e ora già mi sembra troppo stupida, che corre e agita le mani come fossero un ombrello mobile. Che stupida. Ma già mi pento di quello che penso e vorrei tornasse indietro.

Sei un coglione Barotti, mi sento dire alle spalle. Mi volto col pugno chiuso, pronto a menare un fendente a caso e mi accorgo appena in tempo che la frase non è diretta a me ma a mio padre. Non l’avevo visto avvicinasi. E ora che lo posso guardare, eccolo lì a due metri da me, imburrato nell’imbarazzo senza via d’uscita di quello che viene preso in giro e non sa come rispondere se non arrossendo e voltando le spalle per tagliare la corda. Il tutto davanti a suo figlio. Io sto al coperto, sotto la tettoia che sfrigola come una friggitrice sotto i colpi delle gocce. Ennio il cacciatore, quello che gli ha dato del coglione, sta al coperto, sopra la panca vicino alla porta, con gli scarponi immersi nella ghiaia fradicia e il culo sul legno asciutto. Mio padre prende secchiate e vento a pochi passi dalla porta, indeciso se entrare o andare via. Sì, ma via dove?

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cose che rotolano

Allora vidi la macchina imbarcarsi tutta da un lato, sollevarsi lentamente come lentamente un giocatore di poker solleverebbe una donna di cuori, carta mancante per completare la scala reale che gli darà vittoria, fama e soprattutto un sacco di grana (grana che poi perderà centellinandola nelle mani successive), e siccome la lentezza fa parte del gioco, del bluff come della strategia, ogni movimento acquista sacralità e peso (peso reale intendo), sicché la macchina che s’imbarcò e si piegò tutta da un lato acquistò peso (come se non ne avesse già abbastanza), trasformandosi in macigno che rotola ed è già frana così da solo, e i due pneumatici, sui quali tutto il peso della vettura-macigno-frana, si piegarono sopra le linea del diametro venendo a somigliare a due monetine poggiate sui binari e sformate dal passaggio di un treno e poi raccolte e portate in trionfo dai ragazzini festanti, monetine che poi non serviranno più a un bel niente perché tutti i flipper, tutti i videogiochi di questo mondo le risputeranno schifate, inorridite da quella forma che non è più coniabile tanto che solo allora i ragazzini si renderanno conto di quanto è stato stupido il loro gesto (anche se maledettamente divertente) e così facendo hanno sprecato l’unica chance economica del fine settimana, e su questa faccenda delle ruote che si piegano come monetine facendo esplodere e schizzare via in uno lampo slabbrato i pneumatici (molto lisci, a dirla tutta) non c’è molto altro da dire e così, ricordo, concentrai lo sguardo sui due fanali accesi in forma abbagliante che, nonostante la carambola anormale, continuavano a emettere una forte luce bianco-lattea in movimento ruotante che, se volessimo davvero essere cinici fino in fondo, ricordavano le stroboscopiche illuminanti la pista da poco abbandonata dal conducente e dalla sua compagna (amante, diciamo le cose come stanno, perché sua moglie già dormiva amabilmente nel grande letto matrimoniale, ignara di tutto) e nel volo (lo ammetto) maestoso che la scocca stava facendo davanti ai miei occhi i fasci di luce danzavano piroettando, perché no?, felicemente e pensai che forse era tutto lì il segreto, mi spiego, il segreto della vita: carpire i dettagli, perché sono quelli che di solito ci sfuggono e riducono la realtà a una cosa piatta e uguale per tutti, invece cogliendoli ogni cosa cambia volto (e lo cambia solo per noi) e così fui felice di questa rivelazione, che però non mi fu utile per evitare l’impatto con l’avantreno piuttosto robusto.

10:18 Scritto da: tapenoon | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

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