28/12/2011
Festa - abominio di scritture in prova
Festa. Tanta acqua in paese, giù dal cielo, da desiderarne altrettanta, perché quando ci si fa male, pare strano, ma se ne vorrebbe dell’altro a cancellare quello presente. E allora, noi ragazzacci di nemmeno quindici anni, chiediamo altra pioggia, ancora più scrosciante, a cancellare la pioggia che applaude sulla lamiera ondulata della catapecchia, sull’eternit mai rimosso, ora illegale. Tuttavia, Festa! Paesani incarogniti davanti a una griglia in ebollizione, costicine bruciate, patatine fritte, polenta gialla e polenta bianca, salsicce allungate dal grasso, minestrone di fagioli, e il piatto misterioso, dove uno a caso dei cuochi può improvvisare, voltandosi a guardare il cliente, giudicandolo dalla faccia e così scegliendo in base alla simpatia. Tutti lì ad aspettare un avventore, festaiolo incallito nonostante il diluvio, mentre qualcuno giù alla cassa richiede solo un bicchiere di vino e gliene vengono assegnati due: uno pagato e uno in omaggio. Ma non lo voglio, dice. Invece te lo bevi, gli viene risposto.
Graziella mi mostra le mani e sui palmi vedo qualche cosa. Qui ci riconosco la linea dell’amore, le dico. No che non la vedi, fa lei. Invece sì, insisto e ci passo un dito sopra, ma forse sto sbagliando tutto. Però a lei sembra piacere e mi lascia fare, sorridendomi con la bocca sporca di gelato al cioccolato. Perché vuoi darmi un bacio? mi domanda a voce talmente alta che si voltano tutti a guardare. Ma sei matta? sono costretto a dire tra i denti, che davvero il bacio glielo volevo dare ma in santa pace e senza dovermi dimostrare maschio davanti a tutti. Lei se ne va delusa, io me ne vado deluso. Intanto la pioggia non smette e davvero accelera, esaudendo il nostro desiderio masochistico. Guardo le gocce salire dal pantano che hanno creato, esplodendo per risalire poi verso l’alto, come stalagmiti tra l’erba verde. Graziella corre via, agitando le braccia sopra la testa e a me viene da ridere, che un minuto fa la volevo qui tutta gattamorta coi suoi occhi verdi e grigio metallo e ora già mi sembra troppo stupida, che corre e agita le mani come fossero un ombrello mobile. Che stupida. Ma già mi pento di quello che penso e vorrei tornasse indietro.
Sei un coglione Barotti, mi sento dire alle spalle. Mi volto col pugno chiuso, pronto a menare un fendente a caso e mi accorgo appena in tempo che la frase non è diretta a me ma a mio padre. Non l’avevo visto avvicinasi. E ora che lo posso guardare, eccolo lì a due metri da me, imburrato nell’imbarazzo senza via d’uscita di quello che viene preso in giro e non sa come rispondere se non arrossendo e voltando le spalle per tagliare la corda. Il tutto davanti a suo figlio. Io sto al coperto, sotto la tettoia che sfrigola come una friggitrice sotto i colpi delle gocce. Ennio il cacciatore, quello che gli ha dato del coglione, sta al coperto, sopra la panca vicino alla porta, con gli scarponi immersi nella ghiaia fradicia e il culo sul legno asciutto. Mio padre prende secchiate e vento a pochi passi dalla porta, indeciso se entrare o andare via. Sì, ma via dove?
17:36 Scritto da: tapenoon | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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