30/06/2011

Dice Confuscio - 3

I buoni propositi hanno le gambe corte

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Dice Confuscio - 2

Se Dio si manifesta

L'uomo manifesta

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29/06/2011

Dice Confuscio

Se perdi colpi e sei al poligono...

 

 

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Proverbio montanaro

Si stava meglio quando si stava all'alpeggio

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SIMPLE PRESENT VS PRESENT PROGRESSIVE

VIVO

COME I BRITANNICI

IN UN PRESENTE PROGGRESSIVO.

CHE’ UNO SEMPLICE

SEMPLICEMENTE NON ESISTE.

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27/06/2011

L'amore ai tempi del metano

 

Incolore, impalpabile. Se acceso dava calore. Però a che prezzo.

 

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26/06/2011

Zhiguli II

Dopo un breve colloquio con Dio sentii subito il bisogno di bere qualche cosa di forte.

Mi ero figurato l’ascensione come qualche cosa di grandioso, mistico, epico e suggestivo. Invece, restai sorprendentemente deluso dalla lentezza e monotona, blanda velocità con la quale mi sollevai, finendo poco dopo gambe all’aria. Impiegai un tempo indefinito, benché finito, solamente per sollevarmi dal letto e disincastrarmi dalle coltri. Poi, ascesi irregolare, basculando e fluttuando docile. D’altra parte, opporsi ad un’ascensione sarebbe stato imbarazzante e ridicolo, mortificante. Dovetti superare l’ostacolo, evidentemente non previsto dal divino, del soffitto. Non ero predisposto all’etereo e così mi ritrovai a rimbalzare ostinatamente tra il lampadario e la lampada a muro, come se dall’alto dei cieli cercassero di estrarmi a forza, come un pesce appeso all’amo, come una lenza già inghiottita. Intuito il  problema, mi spostati a docili spinte senza gravità verso il piccolo disimpegno tra sala e cucina e, con una meravigliosa verticale rovesciata, riuscii ad aprire la porta e da lì lasciare che mi proiettassero verso l’alto o verso l’infinito.

Penetrai le basse nubi notturne, scaricate verso terra assieme alla pioggia da poco caduta. Vedevo chiara la falce di luna crescente ancora più in alto di  me sulla sinistra ma, seppure piano e quasi noiosamente, salivo, salivo e ascendevo. Appaiato al satellite, cercai di sfiorarne la superficie ma, come se il divino mi avesse letto nel pensiero, con uno strattone mi allontanò dalla Luna, in direzione sconosciuta. Persi i sensi, ma più probabilmente mi addormentai per la noia del paesaggio, siderale e spaziale. Quel che vidi, risvegliandomi, tornando in me da qualunque posto fossi stato, fu un mondo stepposo e poco invitante, che non poteva appartenere a Dio, pensai.

Invece, seminascosto tra una capra e un arbusto c’era lui, Lui in persona intendo. Tutto preso a mungere l’animale, sedeva a gambe esageratamente larghe sopra uno sgabello di legno e semmai  una tunica ce l’aveva, era appesa da qualche parte,  invisibile ai miei occhi. Dio calzava sandali alla tedesca, con calzino bianco di cotone e, a coprire due ginocchia ossute, portava calzoni blu corti, un tempo forse più allegri. Mi fece cenno d’avvicinarmi, staccando una mano dalle mammelle e muovendola velocemente verso di sé. Obbedii.

“Lei è Dio?” chiesi.

L’uomo non rispose, ma la capra belò e l’arbusto prese fuoco.

“Non mi risponde?” chiesi ancora.

Disse: “Se la vostra giustizia ha tempi biblici figuriamoci la mia. Epoi, che fretta c’è?”

“Perché, sono morto?”

“Tutti lo sarete, prima o poi.”

“È una garanzia” provai a scherzare.

Ma il divino si rabbuiò e subito l’arbusto smise di bruciare. La capra lasciò cadere una buona dose di escrementi sul terreno secco e duro.

“Non ci provare con me” gracchiò. Sollevandosi da dietro la capra, mollatole un generoso ceffone tra la coda e le zampe, l’allontanò da sé. Accovacciandosi, bevve il latte appena munto, senza nemmeno chiedermi se ne volessi.

“Per caso ne volevi?” disse all’improvviso asciugandosi il baffo bianco col dorso della mano.

“Buffo, Lei usa la parola caso?”

“E allora?”

“Bé, pensavo che per lei nulla fosse casuale.”

“Sbagli. Sbagliate tutti a pensarlo. Il caso è la variabile che mi aiuta a sopravvivere. Il disegno divino è perfetto sì, ma proprio per questo alla lunga anche logorante.”

Scossi la testa, confuso.

Si avvicinò a me, continuando nel suo ragionamento.

“Immagina: un musicista scrive una canzone di successo, una hit. Si dice così, no?”

Sorrise. Notai i suoi denti precisi, ordinati e regolari. Denti svizzeri.

“Ebbene, quel musicista, per soddisfare la sete d’ascolto del suo pubblico, sarà costretto a suonare quel pezzo migliaia di volte. Centinaia di migliaia. Quel che accadrà al musicista sarò questo: il pezzo, meraviglioso e perfetto, gli verrà a noia, fino a renderglielo insopportabile.”

Ero sempre più confuso.

Dio mi si fece sotto, forse comprendendo il mio disagio, e mi cinse le spalle col suo magro braccio abbronzato.

“Quel che voglio dire è che se quel musicista, non dico sempre ma anche solo ogni tanto, avesse improvvisato su quel pezzo, che ne so, inserendo un riff nuovo, un giro di basso diverso, un ritmo mai sentito, ebbene, stai pur certo che non si sarebbe stancato di eseguirlo, pur avendo infinite richieste da esaudire. Ora mi capisci?”

Annuii deciso, ma un po’ mentivo. Quel vecchio, ridicolo e dinoccolato, è vero, mi metteva in soggezione. E poi la sua vicinanza mi impressionava, come starsene all’ombra di un albero secolare. Non puoi non provare rispetto e reverenza.

“Bon” disse battendomi una mano sulla spalla. “È ora che vai.”

Mentre ancora parlava, sentii i miei piedi staccarsi da terra.

“Ma…” dissi cominciando a fluttuare senza equilibrio. “Ma…, perché mi hai chiamato? Perché proprio io?”

Dal basso, proteggendosi gli occhi con il palmo di una mano, Dio gridò a gran voce.

“È una cosa che ha a che fare col musicista e la canzone sempre uguale.”

“Cioè?” gridai già quasi sparendo alla sua vista.

“Ho chiamato a caso uno di voi. Così, come veniva. È toccato a te, evidentemente.”

Basculai, piroettai, svenni oppure mi addormentai nuovamente.

Quando aprii gli occhi, avevo la gola secca e una gran voglia di bere qualche cosa di forte. 

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21/06/2011

Zhiguli

Sono un eseguibile.

Ragioniamoci sopra, ma in gran fretta. Ho la sabbia in testa, perché, vedi, non è solo che lo so da quando mio nonno cominciò a ripetermelo in continuazione, e lo fece dai dieci anni ai diciotto, quando decisi che per me era abbastanza così, ma lo so perché me ne rendo da me e so che farei la felicità di un sacco di impresari edili, che mi prenderebbero e con la mia sabbia ci farebbero della buona malta. Ho le mani piatte, i calli non interagiscono, non ne vogliono sapere. Perché sono un eseguibile. Ve l’ho già detto? Faccio a comando, mi trattengo un po’ sulla situazione e poi cambio parrocchia. Non è per fare del teatro che lo dico. Va così e basta.

In spiaggia molti padri accudiscono castelli si sabbia e rabbia, perché l’ondata di marea ne abbatte una buona porzione. A guardare quelle costruzioni si intuiscono embrioni di progettini per villette e quartieri residenziali fuori città, con ponticelli, viuzze e disimpegni urbani poco consolatori. La malariuscita del futuro quartiere lo si intuisce dalla faccia annoiata del bambino che guarda il padre studiare planimetrie e urbanizzazioni per qualche migliaio di famiglie. No, l’ondata che arriva a questo punto ci pare consolatoria e liberatoria. Il padre sbraita, finisce di distruggere quel che la battigia ha conservato e se ne va, dimenticando il bambino.

A me, che sono un eseguibile e che nella costruzione di future villette non ci trovo niente di particolarmente attraente, viene in mente sempre il paese di Oz, coi mastichini che vivevano in casette una appiccicata all’altra, con i nidi sul tetto dove uova in schiusa davano alla luce ancora più piccoli mastichini, pronti a festeggiare Dorothy e il suo maledetto cane, che se non fosse stato per lui a quest’ora la ragazza stava al sicuro nel rifugio coi nonni, incurante del tornado. Ma sto divagando. Dio quanti padri ingegneri e quante mamme col tatuaggio. Se fossi un genio avrei già classificato i tatuaggi per tipologia, venendo a scoprire che moltissimi ce l’hanno uguale. A proposito, cosa pensano le donne che, incrociandone un’altra, ci vedono addosso lo stesso logo? Perché ormai il tatuaggio è un logo. Pensano quello che penserebbero scoprendole lo stesso vestito o lo stesso paio di scarpe? Io mica lo so, giacchè sono solo un eseguibile.

 

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20/06/2011

lettera mai nata a Clarence Clemons

Da ragazzino pensavo a Clarence Clemons, sassonfonista della E Street Band grande quanto un armadio, con un poca di pena. Me lo vedevo lì sul palco a suonicchiare ogni tanto e pensavo che Bruce gli facesse far un paio di riff solo per accontentarlo. Le canzoni, mi pareva, erano basate sulle chitarre, sulla poderosa batteria e sul giro di basso estremamente rock, senza parlare della voce di Bruce, inimitabile. Così, tredicenne, mi chiedevo cosa ci stesse a fare, se, dopotutto, non si annoiasse a girare con loro, più dimenticato e ignorato che altro. Quanto mi sbagliavo. Ho seguito la sua musica e quella della E Street Band da lontano, ammirandoli e leggendo di loro quando potevo. Oggi che leggo della scomparsa di Clarence mi prende una tale malinconia, perchè posso immaginarmi l'amicizia che legava lui a Bruce. Il grosso nero e il bianco del New Jersey, così diversi eppure così uniti. E lo so quando mancherà a lui e a tutta la band. Una coppia invidiabile, legata da un laccio emostatico talmente raro da definirsi un'eccezione e una perla e un diamante introvabile. E' una perdita per la musica, è un amico che lascia un amico e io mi sento un po' più ignorante di prima. Clarence, anche se tu non mi hai mai conosciuto, io ho per te un pensiero e ce l'avrò finchè campo.

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17/06/2011

Incipt a qualche cosa che non so, apperciocchè

Schiacciò il filtro ancora fumante nel posacenere, schiaffeggiò l’aria per allontanare le ultime spire che aveva soffiato fuori dalle labbra, e guardò come sempre distrattamente la fotografia del giardino della madre fresco di falcio che ogni mese riceveva per posta dall’Italia e che, come sempre, il giardiniere gli spediva per provargli il lavoro fatto e giustificare il bonifico che di lì a due giorni lui avrebbe dovuto eseguire dall’Argentina direttamente sul conto corrente dell’operaio. Se solo avesse prestato più attenzione a quella fotografia e a quelle precedenti, avrebbe notato che l’istantanea aveva immortalato quel prato tirato a lucido una volta soltanto. Se solo fosse stato più pignolo, accidenti a lui, avrebbe visto che gli oggetti sparsi sul basso muretto di pietre, la piccola vanga da giardino, la gomma arricciata in spire e appesa a un chiodo, e soprattutto il gatto in agguato di un qualche piccolo animale nascosto dietro una siepe, erano stati fissati nella stessa identica posizione e che, confrontando le varie stampe, quegli oggetti non potevano non essersi spostati da un mese all’altro. Infine, se solo avesse scelto di tornare in Italia con il primo aereo disponibile per verificare di persona lo stato di salute del giardino e, cosa molto più importante per quel che mi riguarda, di nostra madre, avrebbe potuto verificare che l’erba ormai incolta superava abbondantemente il metro e che quel, un tempo meraviglioso, prato cadeva ormai in disgrazia. Dove nostra madre aveva piantato begonie le ortiche giganteggiavano in salute e statura e al posto delle piccole e graziose piante grasse dai piccoli fiori viola, edera e muschio avevano ucciso quel che un tempo prosperava. Entrando in casa, avrebbe poi scoperto gli avanzi di un corpo ormai seccatosi dopo la decomposizione ancora infilato in vestiti primaverili e ancora adagiato sulla poltrona preferita del salotto.

Ma Ivo non fece mai tutto questo, non si accorse mai di nulla, e continuò a pagare regolarmente il giardiniere per un lavoro che aveva fatto una volta sola, limitandosi a stampare ad oltranza copie di una fotografia scattata una settimana dopo la sua partenza per l’Argentina.

Se oggi sono qui, perduto e confuso dal traffico e dall’inquinamento di Buenos Aires è solo per un motivo molto semplice anche se complicato allo stesso tempo: uccidere mio fratello Ivo e poi costituirmi. 

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