31/05/2011
Poesiola Protopolitica ambidestra
Amore,
non disperare!!
Sei ancora un elettore.
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Letture rubate
: tutti i pianeti fanno le rivoluzioni, per girare attorno al Sole, no? Allora, non mi spiego il perché le rivoluzioni sulla Terra siano vietate.
(Lamenti di un marsupiale, El Igio, Edizioni Pocoraccomandabili, 2001)
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30/05/2011
Aironi ovunque
Ancora oggi mi chiedo come mai certi giorni gli aironi facessero di tutto per farsi abbattere. Passavano più tempo davanti al mio fucile che altrove. Voglio dire, col mondo che ci circonda, con tutta l’aria che lo sovrasta, perché crucciarsi con degli stupidi pesci che non sapranno di niente, visto che li nutro io a mangime chimico e so più o meno cosa diavolo ci hanno ficcato dentro. Invece aironi, aironi ovunque. Ne ho contati cadere duecento una volta. Direte voi, che bestia. Che salasso, dico io. Con tutto quel che costano le pallottole! E che il fucile non era mica del capo, ma era mio personale accidenti.
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freddy freddura - epitaffi da emicrania
, sostenendo un esame di agraria, può ben dire di essere stato promosso sul campo.
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26/05/2011
ciò che mi preoccupa
Non è il cervello che mi preoccupa, ma il cuore. Fino a quando avrò un cuore io sto tranquillo, che se di cervello dovessi essere senza, che se mi dicessero – tu non ne hai, visti i voti che dai – a me non importerebbe poi molto. A me basta la consapevolezza di esserci. Mi pare, il cuore è stato relegato a semplice pompa intercambiabile, comprimibile a mano, flessibile. Però io credo nel suo carattere, il cuore ha un suo stile. Il cervello è fin troppo importante, di sangue blu, a lui tutto è dovuto e dall’alto dei suoi emisferi, a guardare in basso, nemmeno lo vedi il tuo cuore.
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25/05/2011
44! - Racconto alfanumerico
Nei quarantaquattro secondi che precedettero i quarantaquattro minuti necessari ad allineare tutti e settantamilaquarantaquattro soldati appiedati, Napoleone soppesò l’idea di prendere il cavallo e mandarlo al galoppo ben oltre il prato di Waterloo, fino a scomparire alla vista di chiunque indossasse uniformi francesi o inglesi. Sentiva già la sconfitta ardere e bruciare dentro agli stivali di cuoio, premere sotto le piante dei piedi cercando il suo tallone ormai fallibile.
Pioveva a dirotto.
I soldati gemevano come cardini arrugginiti cercando la posizione ideale per morire dignitosamente. Lo sapevano e lo intuivano ma questo non li confortava affatto. Il loro comandante se ne stava lassù, in cima alla colline e, così basso e roseo, sembrava un bambino cocciuto in attesa della sua guerra finta. Da parte sua Napoleone provò a contare le gocce che gli passavano davanti al naso, attraversando lo scolo del cappello per poi scendergli sulla punta del naso. Arrivato a quarantaquattro perse il conto e preferì guardare i quarantaquattro cannoni inutili affondare penosamente nell’erba molle e nel fango grasso. Spinse lo sguardo oltre la cortina di pioggia, cercando la fine delle nubi e quel che vide fu una visione del tutto inaspettata. Un cono di fuoco che dal basso saliva verso il cielo, tra spruzzi incandescenti e nuvole dense odorose di zolfo. Chiuse gli occhi, scosse il capo e li riaprì. La visone era sparita, ma l’odore di zolfo aleggiava ancora nell’aria e la pioggia, da trasparente, s’era fatta grigia ed ogni cosa ne era ormai imbrattata.
Ma guarda – disse – sembriamo fatti di sasso. - Cercò un guanto bianco candido per pulirsi, ma anche quello si trasformò subito in un cencio color dei massi di fiume.
***
La Terra si incurvò, ruotando e orbitando senza mai scomporsi per quei piccoli esseri colorati che si sparavano addosso e si aprivano buchi nella pancia senza ragioni utili, semmai ce ne fossero state. Aveva ben altro da guadare, molto più lontano e a Sud, dove la Polinesia si sprizza in tante isole da perderci la testa e dove un suo brufolo purulento e giovanile aveva deciso proprio quell’anno, era il 1815, di scoppiare in tutta la sua maestosità. Gli omini di sotto, sempre loro, lo chiamavano Tambora, il vulcano più feroce e attivo che si fosse visto sulla faccia della terra. E la Terra, che alla sua faccia ci teneva, aveva sperato che per quarantaquattro mila anni non avrebbe più avuto di questi problemi, puntualmente smentita dai quarantaquattro giorni di eruzioni ininterrotte, che provocarono colonne di fumi e cenere alte 4,4 chilometri, offuscandole la vista, sfasandole l’orbita, i pensieri e le stagioni, facendo il bello ma soprattutto il cattivo tempo sulle lande belghe di Waterloo. Mai così tanto e così male aveva piovuto da quelle parti e mai più così tanto e così male vi pioverà in futuro.
La Terra, ruotando su sé stessa ancora e costantemente, riprese a guardare il minuscolo formicaio ormai mezzo morto, osservando più attentamente quella microscopica formichina tozza e tonda che pareva un bambino in groppa ad un cavallo troppo grande per la sua statura.
Poverino – pensò – guarda tu che sfortuna. Perde la battaglia e con quella la guerra per colpa di un mio brufolo scoppiato sul più bello. – Ruotò di altri quarantaquattro gradi e cercò con il sole di svegliare i cinesi ancora profondamente addormentati.
***
Napoleone scese da cavallo con un piccolo balzo e atterrò nell’erba per lui alta fino al ginocchio, perdendo l’equilibrio e affondando la faccia tra la coscia e l’addome della povera bestia che, per la sorpresa, nitrì, facendo fuggire le quarantaquattro mosche che dormivano beate sulla sua criniera.
- Merde! – esclamò, mentre un pallettone inglese squarciava la faccia del soldato francese a lui più vicino. Il maresciallo Ney credette d’intendere in quel grido rabbioso un’eroica esclamazione e si lanciò spiritato al galoppo verso le schiere nemiche, giusto in tempo per essere abbattuto da quarantaquattro pallettoni sparati all’unisono dalle prime file della settima coalizione.
Alle tredici in punto smise di piovere sulle campagne della Vallonia, ma non per questo si smise di morire.
Alle quattordici e quarantaquattro minuti esatti il conte d’Erlon cessò finalmente di respirare e così di gridare “Vive l’Empereur!” con buona pace dei soldati, che preferivano venir massacrati senza la beffa del grido di guerra inutile e dispendioso d’energie. Napoleone, ormai circondato da prussiani e inglesi, rotolò lungo il fianco della collina, caracollando per quarantaquattro volte sul dorso fino a ridursi ad una buffa e rozza polpetta di fango ed erba, che i cavalli superstiti non stentarono a scambiare per il meritato rancio. Inseguito dagli equini, ancor prima che dai nemici, l’imperatore arrivò rimbalzando fino al piccolo villaggio di Mont Saint-Jean, penetrando rumorosamente nella vecchia chiesetta di pietra e legno, lì già dal 444, e vi rimase fino a quando un girotondo di quattromilaquattrocentoquarantaquattro soldati della coalizione non lo indussero a buttare l’inutile spada spuntata a terra.
***
E la Terra boccheggiò affaticata, cercando di sollevare il Polo Nord e prendere fiato. Il bolo magmatico fuoriuscito dal vulcano Tambora si stava spegnendo, ma non per questo le polveri e le ceneri erano meno violente. Nuvole grigie e lunghe, strette e sinuose come code di gatto, si attorcigliavano ai monti, ai campanili e ai cappelli delle signore, mentre ai miserabili penetravano in gola senza nemmeno bussare. Cercò invano di scrollarsi di dosso quella sabbia con un paio di terremoti, facendo solo peggio. Imprecò e ruotò sempre più veloce, ma fu tutto inutile. Rassegnata, smise il costume da bagno assestando lo sguardo sul 44mo parallelo, consapevole che quell’anno, e l’anno successivo, per colpa delle polveri in sospensione non ci sarebbe stata estate. Rivolse un ultimo pensiero alla battaglia dei prati valloni, sputando un lapillo freddato che sbadatamente stava ingoiando. Il lapillo orbitò un poco, cadendo come una meteora sul tetto della chiesetta di Mont Saint-Jean.
***
L’imperatore, più affranto che stanco, dato che non aveva affatto combattuto limitandosi a rotolare sui fianchi della collina, fece appena in tempo ad uscire dalla chiesetta, alzando in alto le corte e rosee mani, sfiorando i capelli soffici e infantili bagnati fradici e appiccicati al cranio esageratamente sferico. Il meteorite, fortunatamente rimpicciolitosi per l’attrito, sfondò il tetto tra lo stupore generale, mandando in frantumi l’altare e spopolando l’unica navata dai banchi di legno, che presero immediatamente fuoco. Sebbene fosse giugno, i soldati bagnati fino alle ossa apprezzarono quel calore improvviso, evitando però di rallegrarsi ad alta voce, temendo l’ira di qualche cattolico nei paraggi e la ripresa della ghigliottina dismessa da poco più di venticinque anni e quarantaquattro giorni. Passato lo spavento e spentosi il fuoco, Napoleone si mise a contare i soldati che lo aspettavano. Arrivato a quattrocentoquarantaquattro perse il conto ed attese che il Duca di Wellington lo raggiungesse, impacciato anche lui nella postura e nelle movenze dai lunghi mutandoni appesantiti dall’acqua.
- Monsieur l’Empereur – disse sogghignando – finalmente ci incontriamo. –
- Et voilà - disse Napoleone cercando di dribblarlo, inciampando invece e malamente nel fodero della sua spada. Finì faccia a terra, tra le risate sommesse dei soldati inglesi, fedeli alla regina ma anche al loro humor garbato.
- Monsieur – continuò il Duca – ci risparmi la fatica della caccia alla volpe e resti fermo. Odio questa maledetta landa piovosa, sebbene mi ricordi il mio paese natale. Ma ormai sono quarantaquattro anni che non ci torno e non ricordo nemmeno la strada di casa –
- Mister – rispose educato l’imperatore, ritrovando parte dell’impronta borghese giovanile. – Temo d’essere prigioniero –
- Ma no? E da cosa lo deduce? Forse dai quarantaquattro cannoni che le sto puntando contro? –
- Anche, ma soprattutto dalla baionetta che il suo soldato trattiene con cattiveria tra le mie terga. Le chiedo di dare ordini in merito. –
Il Duca di Wellington si sollevò sulle punte per guardare oltre le spalle di Napoleone, non trovando necessario aggirarlo, data la scarsa altezza del prigioniero. Effettivamente, riscontrò un soldato particolarmente feroce puntare il moschetto con veemenza alla schiena dell’imperatore, insistendo sulle natiche piccole e già poco sode.
- Soldato! – ordinò – Faccia tre passi indietro e sfili la lama dalla fessura. – Il soldato obbedì, muovendo la baionetta con un gesto troppo e volutamente deciso, tanto che Napoleone emise un gridolino di sorpresa.
- Bene, anche questa è fatta – disse. – E adesso, il prigioniero ha qualche cosa da dire? –
Napoleone soppesò bene le parole da pronunciare, conscio che un esercito in fuga e uno all’attacco lo stavano ad ascoltare, ma i pensieri erano confusi, viscidi e infreddoliti tanto quanto il suo intestino birbante, che non cessava di emettere continui brontolii.
- Ebbene, sono stanco oltre che sconfitto, lo ammetto. Il mio unico desiderio sarebbe ora di andarmene su di un’isola deserta e calda e lì restare. –
Per quarantaquattro volte i soldati della coalizione batterono i piedi sul terreno soffice, per decretare che la battaglia era finita e soprattutto vinta.
***
La terra, incuriosita dall’ultimo desiderio di quell’imperatore dai tratti fanciulleschi, si soffermò a pensare e cercò tra le pieghe del suo corpo un neo carino, un punto nero affascinante che potesse soddisfare quell’ultima preghiera. Dopotutto anche lei era madre e i desideri di un bambino, anche se precocemente invecchiato, erano difficili da non esaudire. Ed eccolo, nella porzione centro meridionale del suo Oceano Atlantico, il grazioso lembo di pelle terrestre sul quale posare il prigioniero-pulcino bagnato. Vicino all’Angola e territorio britannico, quella porzione di terra emersa sembrò alla Terra l’ideale per acconsentire alla richiesta di sole e mare. – Ti manderò a Sant’Elena – disse tonando e il rombo di quel tuono arrivò fin lassù, a Waterloo, facendo alzare gli occhi al cielo a tutti i presenti.
Messo a conoscenza della sua prigione, per quarantaquattro volte l’imperatore cercò di smentire le sue richieste ma, ormai, tutto era compiuto e i quarantaquattro prigionieri Boeri più il Re degli Zulù, che già soggiornavano su quell’isoletta benedetta dal sole ma maledetta dagli uomini, fecero posto al nuovo arrivato.
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24/05/2011
ammemoria
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23/05/2011
Il dio delle formiche - racconto posticipato
Dire che ci si sente come di morire, e morire per davvero, è molto diverso. Ci passa un fiume in mezzo. Un fiume di vita al quale nessuno, quasi mai, bada. Perché le esclamazioni son fatte per sorprendere e subito venir dimenticate. Le esclamazioni sono cioè i richiami dell’uomo, alla stregua della cinciallegra quando, col suo verso nasale, vuol avvisare le altre della sua specie. Noi umani, che con la bocca siamo solo capaci a fare versacci, e modulare all’eccesso l’aria che ci esce da dentro esasperando le corde vocali, ci adattiamo come possiamo, evolvendoci ed esclamando qualche cosa. Così, solo per attirare un po’ l’attenzione del resto del branco su di noi.
Avrò anche dodici anni, ma certe cose le capisco.
Ecco perché, quando mio zio mi dice che si sente di morire io lascio che dica e poi continuo ad ammazzare formiche con l’alcol denaturato.
Siamo lì, incastrati tra milioni di aghi di pino che dal sottobosco ci penetrano tra sandalo e piede e poi tra pelle e carne, e lui vuole che torni indietro in fretta e furia, verso il paese. Si siede sotto un tronco lasciando che la pece gli costruisca una corazza sulla schiena, permettendo a ragni e zecche di scendere dal legno e giocare tra i suoi peli e capelli, e sbuffa ed esclama così. Che si sente di morire. E io lo guardo e penso ad altro. Mi volto e gli porgo la schiena, tornado in ginocchio come stavo fino ad un attimo prima, per riprendere a buttare alcol dentro al formicaio. L’acciarino però prima o poi glielo devo chiedere allo zio.
Le formiche sono affascinanti, affaccendate sempre e concentrate solo sul loro daffare. Il formicaio è Dio, ma guarda un po’ la potenza della natura che le fa studiare catechismo all’aria aperta, e quelle lo adorano e lo venerano e ci credono, che le suore ci sbaverebbero addosso se solo anche noi al nostro Dio ci credessimo la metà di quanto le formiche credono nel loro formicaio, fidandosi e costruendolo e poi migliorandolo. E ci scommetterei l’anima di mio fratello maggiore che, se ora andassi da suor Carla e le dicessi che io adoro Dio tanto, tantissimo, estremamente e fino all’osso, immaginandomi d’essere una formica che guarda il suo formicaio, quella canterebbe di gioia, mi abbraccerebbe e mi bacerebbe sulle guance e poi spedita andrebbe dal prete a raccontarglielo. Potrei farlo, ma non sono sicuro che alla fine mi divertirebbe poi tanto. E le formiche, nel loro piccolo, mi forniscono un esempio che è meglio cancellare e non ricordare più, di modo che nessun’altro dei miei compagni di catechismo lo veda e arrivi alle mie stesse conclusioni. E lo zio intanto rifà il suo richiamo.
Ma lo vedi zio, dico, che siamo talmente tanto attenti a fare la voce grossa che poi i richiami si riducono a ritornelli per i, cosa avevate voi?, caroselli per i bambini più piccoli di me! Il leone che ruggisce, almeno così dice la mia professoressa di scienze alle medie, se eccede troppo col ruggire finisce per abituare gli altri leoni a quel suono e quelli non lo notano più, dimenticando chi è il capo del loro gruppo. Così i richiami, sempre la professoressa ci dice, vanno dosati e messi via per i momenti giusti. Che ci mandate a scuola a fare se poi non ci date la possibilità di applicare le lezioni alla nostra vita quotidiana?
Lo zio biascica, forse ha capito che ho capito, e così affondo, che il maestro di karate ci ha spiegato che chi colpisce per primo forse non avrà più bisogno di farlo una seconda volta, se il suo colpo sarà stato sufficientemente forte. Dico, allora non fare il piagnone con me, che mamma lo sa che lo sei e lo fai con tutti, e ti lamenti, e poi anche con i ragazzini come me lo fai, dunque vedi che ti stai abituando a farlo e così diventi il leone che ruggisce per niente?
Dico anche, mamma non ha mai capito perché i fratelli minori e maschi siano sempre i più tontoloni, dice lei. E così, tu che sei fratello minore e maschio, dice mamma, sei il vero tontolone, il simbolo del tontolone per eccellenza. Dice anche che è colpa di mamma, non lei, di mamma vostra e nonna mia, che ti ha sempre tenuto al guinzaglio, come quei cani da passeggio che sono levrieri o pechinesi, che nemmeno un treno in corsa li sposta dalla gamba del padrone se quello non glielo comanda. Così, volevo solo avvertirti della figuraccia che stai facendo con tuo nipote, tanto per dimostrare, a te e a suor Carla, che le regole del buon vivere sociale me le sono studiate e le sto applicando. Educazione civica, si dice così no?
E poi non lo bado più, perché le formiche non sono la cosa più ovvia che il buon Dio abbia creato tramite la natura. L’alcol denaturato lo sentono, capiscono che non è pioggia quella che scende nei buchi e che cola dai tetti terrosi. Puzza che puzza, e devo ricordarmi di chiedere alla professoressa di scienze se per caso le formiche abbiano o meno un naso, che se ce l’ha già detto non me lo ricordo. E, se ce l’hanno, le chiederò se capiscono o meno che quello che gli sto buttando addosso sia alcol denaturato e che cosa potrebbe succedere al loro Dio formicaio se solo avvicinassi l’acciarino dello zio al terreno umido. Imparare dalla pratica vale cento volte più di una bella teoria mandata a memoria. Lo dicono tutti, persino il prete, che se gli spari il De Profundis tutto d’un fiato durante il catechismo piuttosto che dirti bravo ti tira il Vangelo, perché dice che il De Profundis va detto alla fine del rosario nel giorno dei morti e non così, a vanvera, solo per far vedere che il latino non è morto malamente.
Stringo tra le dita la boccetta e sprizzo il getto rosato ancora più in dentro al buco. Valorose formiche aggrediscono il bocchino rosso e senza scivolare mi raggiungono il dito. Ma la regola di Davide contro Golia vale una volta e mica sempre. Chi lo dice che i piccoli son sempre i più bravi e i più furbi? Perché anche i grandi e tordi sanno imparare dagli errori e non commetterli più. Ché mi ricordo del formicaio di prima, popolo di rosse battagliere che mi aveva dichiarato guerra circondandomi le scarpe e poi morsicando. Me lo ricordo e imparo. Ora, sfidandovi, il dito che vi porgo, così come i piedi, son pieni di borotalco e succo di limone. E se non so cosa possano provocarvi queste due cose, son certo lo stesso che funzionano, perché suor Carla non sbaglia mai, nemmeno su questioni lontane dalla religione, tant’è che ho domandato a lei dei rimedi per le formiche. Le puoi chiedere di pallone e ti dirà chi viene a vincere il campionato, o il mondiale se per caso siamo in odore di finale. E’ una suora tuttologa, che in questo caso non l’offende, ma la fortifica. Così, almeno, dice il papà.
Di zio non mi arrivano che le bestemmie, che mai prima avevo sentito pronunciate dalla sua bocca. Si chiamerebbe discrezione, l’arte cioè di dire le cose sbagliate lontano da orecchie indiscrete, almeno così dice mamma, ma sembra che suo fratello non abbia imparato come fare e quindi lascio che dica quel che deve dire restandogli di spalle e costruendo attorno al formicaio un piccolo fossato che poi rivestirò di corteccia e riempirò d’alcol. I cerchi di fuoco, tecniche medievali d’assedio ai castelli, sono spettacolari. Tuttavia non son certo d’averlo imparato a scuola, dal professore di storia s’intende, e mi confondo forse con qualche cartone animato giapponese. Non sono certo, e l’incertezza, dice papà, è il vizio dei deboli. Restando a casa, mi pare di capire, si comprendono più cose sulla vita che non in tutto un ciclo scolastico.
Ho seguito attentamente l’ultima lezione di catechismo di suor Carla, sabato scorso. Diceva, suor Carla, che l’importante è avere fede, che stringi stringi significa crederci fino in fondo, e che tutto il resto deve funzionare secondo questa logica. Cioè, è come se io pretendessi di far marciare il decespugliatore di mio papà, che va a miscela, con la corrente elettrica. Non va, non partirà mai perché la miscela è il succo di tutto. E’ il dentro che non si vede, ma che se non ci fosse il palco cadrebbe. E quando a suor Carla ho fatto questo esempio lei mi ha guardato con due occhi che sembravano uova di piccione e ha scritto qualche cosa sulla sua agendina nera, dove tiene anche santini e la lista dei nostri nomi per fare l’appello. Se uno mancasse troppe volte, non potrebbe fare la cresima quando verrà la sua ora.
Credendoci io fermamente, avendo fede che il mio progetto sul formicaio è fatto a dovere, guardo il fossato già pieno d’alcol denaturato e mi rialzo in piedi per contemplare l’opera dall’alto, come un Dio dalle nuvole guarderebbe un tempio a lui dedicato, dice il professore di storia, e faccio crocchiare le ginocchia piene di terra umida.
Dico, zio passami l’acciarino che voglio terminare il lavoro come si deve. Allungo la mano all’indietro, restandomene fermo a guardare per terra, e spalanco il palmo. Ci cade dentro una pigna, forse una mosca ci atterra sopra per una frazione di secondo e poi riparte in volo, ci batte sopra il sole caldo, ma dell’acciarino non sento il peso né la consistenza.
Gli occhi di zio son fissi sui miei, sguardo severo, disapprovazione assoluta per quel che ho fatto. Le sopracciglia piegano al naso, i muscoli della fronte tirati aprono più rughe di quante me ne ricordassi, la bocca è tutta storta, che sembra una esse buttata di traverso sulla sua faccia color candela vecchia.
Ma zio, son solo formiche, milioni di milioni che fanno altrettanti milioni di uova. E poi la regina, con tutto questo trambusto che ho fatto, l’hanno di sicuro già portata in salvo. Possono morire felici.
Ma zio non replica, stavolta non lo fa; di solito dice che sono uno che farnetica sempre e che dovrebbero farmi vedere in ospedale, dove ti chiedono tutto su tutto, compreso se già guardo o no i giornaletti pornografici, almeno così dice mio fratello. Ma io non so nemmeno cosa dovrei guardare dentro a quei giornali e piuttosto vado in cantina a scegliermi le corde per catturare le bisce.
Resta lì, zio, e mi fissa con lo sguardo accusatore, che di certo i centurioni avranno avuto uguale il venerdì di Pasqua di tanti anni fa, e non dice niente, immobile che pare uno che deve morire per davvero tra poco.
Se ti prometto che poi torno indietro e dico a mamma che ti senti di morire, mi presti l’acciarino? E, dicendolo, faccio la faccia di chi promette con tutto il cuore e per questo anche gli occhi diventano più tondi e luminosi, come quelli dei gatti. E zio abbassa la testa sul mento due volte, sebbene mi sembri poco convinto e il secondo sì somigliasse più a un rimbalzo che altro. E poi fischia, un suono basso e cavernoso, come le camere d’aria arrivate alla fine della loro vita, che poi è il verso di chi ti vuol prendere in giro. Sorrido e afferro l’acciarino dalla sua mano, che lo stringe e non lo stringe, che quasi gli cade e mi cade durante la presa, ma ormai è mio. Dimentico zio ancora per un minuto, il tempo che mi serve per accendere le torce attorno al castello, al tempio, al formicaio e aspettare che brucino per poi fare quello che mi hanno sempre insegnato a fare: onorare le promesse. Correrò da mamma, le dirò che zio mi ha fatto rincasare da solo, per dirle solo che si sente di morire, e poi via da suor Carla, per mettere a segno un altro punto a mio favore nel campionato dei buoni contro cattivi.
14:48 Scritto da: tapenoon | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |
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21/05/2011
Ve l'ho mai detto? - Protostoria
Ve lo mai detto che a diciassette anni mi innamorai follemente della mia dentista? A dire il vero non era mia, ma della mutua. Sostituiva quel vecchio barboso e burbero che mi aveva visitato la prima volta e che, tornando per la devitalizzazione, già temevo di dover rivedere e sopportare, a cominciare dal suo alito profondo. Invece, entrando nello studio mi trovai davanti questo delicato angelo biondo che, per farmi sorridere e dimenticare il luogo e l’intervento, mi faceva delle smorfie a pochi centimetri dalla mia bocca. Ve lo mai detto che avrei voluto spedirle un bel bacio? E quando lei mi disse che stava per sposarsi successe di tutto. Il dolore che mi aveva abbandonato, sostituito dal sentimento, dall’amore trasognato, arrivò come un maglio scagliato dall’alto. Il nervo, scoperto dall’infausta notizia, si espose e trillò disgustato, furibondo, tradito! Sangue schizzò ovunque, lacrime e acqua, appena sentii la puntura dell’anestesia. Il mio cuore spezzato doleva molto di più.
21:35 Scritto da: tapenoon | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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19/05/2011
il dolore delle parole
Il dentista fece miagolare i guanti di lattice verdi e con due dita si abbassò la mascherina e spostò la grossa lampada che mi accecava da quando mi ero steso sul lettino. Piegando la schiena sovrastò la mia con la sua faccia e mi disse che il problema era uno solo: parlavo troppo poco. Sa lei, continuò, che le parole sono precisamente come il cibo? Che se si lasciano in bocca per troppo tempo marciscono e rovinano i denti? Ora ci toccherà cavarglieli tutti e metterne di finti.
Mentre mi chiedevo il perché usasse quel plurale maiestatis quando lo sdentato sarei stato solo io, mi alzai con la testa facendo schioccare i nervi della cervicale, che cominciò subito a dolermi. Mi rividi alle medie fare scena muta davanti a un furioso professore di matematica. Ripensai a quando, durante il servizio di leva obbligatoria, i miei commilitoni mi costringevano a fare flessioni con la faccia sopra una turca puzzolente. Mi ricordai di quando, in discoteca, non trovavo le parole per abbordare una ragazza.
Mi distesi, pronto a ringraziare il dentista per la sua precisa diagnosi, quando l’ago dell’anestesia mi penetrò la gengiva. Già elefanti rosa danzavano davanti ai miei occhi quando mi ricordai della mia intolleranza letale agli anestetici.
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