29/08/2009

Tempo dedicato alla perdita

Luce ultralunare fino a qui, fino alla nostra terrazza piccola e compita. L’afa avvolge qualsiasi cosa e qualsiasi corpo, come cellofan, come impacchi d’invisibile materiale extraterrestre. Ma non importa, è quello che cerchi quando fa caldo. Il treno per Rimini non fischia e sferraglia ogni tanto, poco più in là, senza disturbare e non ci sono stupide orchestrine fuori da ogni albergo che cantano stupidaggini. Ogni cosa al suo posto. Chi vuole musica sa dove trovarla, chi vuole silenzio fa altrettanto. Va bene, è un mercato se vuoi e i bambini non sanno più dove guardare da tante tentazioni si vedono. Castelli, scivoli, giostre, gelati, mimi, trenini, ovunque piante carnivore che attirano teneri polpacci imberbi. Non puoi sempre dire di no, perciò li mandi e stai a guardare, sperando non si fracassino piccole dita o smussino ginocchia su tappeti ruvidi come grattugie. E’ che sopra quei marchingegni i bambini sembrano tutti uguali, non li distingui più e diventano sagome veloci e urlanti. Così guardi i genitori, format identici che gridano di scendere e non vengono ascoltati. Ti senti ridicolo, ma fa parte del gioco.

Ci spostiamo dal corso e la cittadina perde suoni a acquista rumori notturni. Tutto ciò vale una birra e un pensiero. Di notte preferisco non dormire e ascoltare quello che succede all’esterno. Ambulanze che corrono, ancora il treno per Rimini, le quattro ragazze al piano di sotto che tornano all’alba, il neonato che grida inviperito ogni tre ore. Mi piace, fa vacanza. Ho portato il computer e ho deciso di non accenderlo. Ho preferito sedermi e riflettere e leggere di tutto. Libri e giornali. Certe cose mi sono piaciute. Il nuovo libro di Saramago, che chissà quando uscirà in Italia, altre mi sono piaciute di meno. Se tolgono Report e Parla con me della Dandini me ne vado. Sono le uniche trasmissioni che guardo. E ora che sono tornato, voglio fare alcuni passi all’indietro, per rivedermi com’ero prima di andarmene e mettermi a confronto con quello che sono oggi. Tolta la barba e l’abbronzatura, forse lo sguardo è migliorato.

22/08/2009

Post- Tost

Vi scrivo questo post schifosamente informativo,

per darvi tregua una settimana.

Ce ne andiamo a Riccione. Voglio vedere un vitellone al lavoro.

Ci sentiamo. Mi mancate già. Buaaaah

20/08/2009

Conciso-Reciso

A volte mi vedo conciso.

Reciso nei termini e, di conseguenza, nei fatti.

Implacabile, come il taglio di una scure,

il vuoto che non comunica mi suggerisce di zittire.

Obbedisco, certo, obbedisco.

Però, al pari di un pescatore,

mi sento di dovermi dispiacere,

per tutti quei pesci, quelle occasioni,

che mi scorrono accanto,

senza che io possa catturarle.

17/08/2009

L'ombra della sera che arriva

Ascoltammo l’ombra della sera arrivare, assieme ai piccoli pipistrelli, neri più del crepuscolo. Aveva il suono di una vestaglia strusciata sul pavimento di legno. Le finestre spalancate facevano entrare la notte, facevano uscire la luce rimasta impigliata nelle nostre stanze e l’odore di cibo cucinato finalmente abbandonava i muri della cucina. Non di solo pane vive l’uomo, ma anche di silenzio e grigiore notturno che riporta le anime in conflitto ai più semplici piani d’ascolto e comprensione. Non si capisce perché l’uomo ami tanto la luce, dimenticando la penombra dalla quale è arrivato assonnato, piangente, bagnato. Guarda, mi dicesti indicando il cielo, una stella cadente. Chiusi gli occhi per non vederla. Non avevo più desideri da esaudire. Già così felice.

13/08/2009

Nel tempo avremo

Avremo, nel tempo, possibilità di scommettere sul nostro passato. Perdere minuti preziosi e accucciarsi sul terreno per studiare le nostre tracce, annusarle, tastarle e poi renderci conto di come abbiamo camminato, di quanto e per dove. Un biforcazione, è vero, se affrontata al ritorno non fa più paura. L’estate, più dell’inverno, impone pensieri accesi per disperdere il calore dai capelli. L’estate, più dell’autunno, pretende attenzione, cura degli occhi, obbligati a vedere colori oltre la cortina di calore. L’estate, più della primavera, gioca brutti scherzi in fatto di sentimenti, mischiando amore con ardore, sentimento con indumento. Indossi qualche cosa che pensi ti stia bene, in realtà quel che vedi allo specchio non è esatto. Poi, arriva un acquazzone che lava via ogni cosa.

10/08/2009

Vento nuovo

Stamattina, mattinata di gran vento caldo, sono andato al cimitero. Non ci vado quasi mai. Solo quando c’è vento forte. Mi sembra che l’aria, mulinando, rimescoli tutto il peso dei ricordi di chi vive, che altrimenti soffoca le tombe, anche le più sontuose. Ci sono andato un po’ per mio padre, un po’ per vedere le fotografie di altri che non conosco: uomini sorridenti con mucche alle spalle, col calice alzato, con nipoti in braccio, mogli accanto, in montagna, al mare, in posa per la carta d’identità, seri e compiti, allegri e spensierati. Una retrospettiva di vite andate, che i parenti vengono a rielaborare con fiori e lumini elettrici. I cimiteri non sono poi così male, almeno d’estate. Mi fanno pensare, senza nostalgia. Mi fanno considerare quanti siamo e quanti eravamo e quanta gente ha convissuto nello stesso territorio. Poi guardo le date così vecchie, di gente così anziana. Nata nel 1812, morta nel 1892. I suoi genitori convissero con la Rivoluzione Francese, forse nemmeno se ne resero conto, chi lo sa. Ma stamattina è una giornata diversa, non per un motivo in particolare. Ieri sera mi sono liberato di un appuntamento importante, di una ricorrenza quindicinnale, di una prova che abbiamo discretamente superato e oggi mi sento libero di accettare cose nuove. Respiro e so di farlo. Guardo e so di farlo. Non è sempre così.

07/08/2009

Due aneddoti sul tempo

Lei che, così buona, lascia il tempo che trova, per chi l'avesse perso.

Lei che, così ligia, arresta il cronometro perchè le rubava il tempo.

Lei che, da tempo, dà tempo al tempo.

Lei che, così attempata, è sempre in ritardo sulla sua età.

04/08/2009

Scampoli di conversazioni rubate (non sta bene origliare, ma insomma...)

“…Ora, anche le bestie, che di compromessi non se ne intendono, cercano l’accordo in momenti di crisi. Se tu non mangi me, io non mangio te. Oppure, mi tana es su tana, se vogliamo sopravvivere all’inverno. Perché non dovremmo trovare il nostro incrocio, dunque, io e te? Se tua madre mi odia e tuo padre mi vuole morto, possiamo sempre chiudere fuori il mondo e decostruire la nostra vita. No, non hai capito male, ho detto proprio decostruire. Ci guarderemo dall’alto e poi, un pezzo alla volta, toglieremo i mattoni che ci compongono e li studieremo insieme uno ad uno, dettaglio per dettaglio, e quel che c’è che non va o non ci piace lo getteremo ai maiali. Che ne pensi? Ma certo, ovvio, non ti posso dare altre garanzie che la mia parola, che vale quel che vale. Ma, in tempi come questi, i tesori sono le cose che prima avresti buttato nella spazzatura. Non trovi?..”

02/08/2009

Appunti di lettura - Incipit de "Senza Suono" di J.P. Borish

Era la notte più calda che avesse mai ricordato, con l’aria immobile e la luna offuscata dall’afa, col volo silenzioso degli animali notturni visibile attraverso le finestre spalancate, con l’eco lontana di una festa di paese sconvolta da una discoteca all’aperto. Nemmeno gli ubriachi avevano voglia di gridare. Prostrati dal sudore alcolico, più che dai cattivi pensieri della sbornia, si tenevano alla larga dai lampioni, cercando la frescura vicino ai tombini, ai rivoli d’acqua che scendevano dagli scoli del ristorante in fondo alla via. Il cuoco, grasso e rotondo come una botte, ogni mezzanotte lavorativa, lavava il pavimento della cucina con un lungo tubo di gomma verde, per dopo insaponarlo e raschiarlo con la spatola di gomma dal lungo manico. Era la notte più calda che avesse mai ricordato ed era anche l’ultima in quel paese. Proprio quella mattina, infatti, aveva venduto casa, mobili, terreno, automobile per andarsene lontano, a Panama, impedendo e impedendosi qualsiasi ritorno facile, qualsiasi possibilità di ripensamento, allontanando la voglia di nostalgia dalla sua mente già così provata dai rimorsi.

 

Corinne, la sua fidanzata francese, dormiva nella casa accanto, ignara che il mattino successivo non l’avrebbe più rivisto aspettarla sottocasa per il solito cappuccino delle otto e mezza, anzi, tranquilla per quello splendido pomeriggio passato assieme, tra le ombre frondose del lago e la voglia di fare all’amore appena sottopelle. Nessun dettaglio nel suo comportamento, nessun sospiro distratto, l’aveva insospettita e persuasa che qualche cosa stesse covando nel suo ragazzo e, per questo, l’aveva baciato allegra sulla bocca, prima di salutarlo e per dargli la solita buonanotte.

 

Incapace di dormire aveva attorcigliato, girandosi e rigirandosi, le lenzuola beige attorno alle gambe, fino a farle cadere dal letto, ammucchiandole disordinatamente sul pavimento di parquet. S’era quindi alzato goffamente, lasciando stare la luce gialla del abat-jour, che gli avrebbe, lo sentiva, in qualche modo scosso l’anima, come un pungiglione d’ape sul tallone. In cucina aveva tracannato avidamente mezza bottiglia di birra gelata, residuo scordato di qualche festino casalingo, non ricordando affatto il giorno o l’avvenimento. Scalzo, in mutande e nient’altro, era uscito in terrazzo, ciondolando con i pensieri spettinati, proprio come i suoi capelli che sembravano aver raccolto tutta l’elettricità statica dell’aria. Lampi lontani accendevano e spegnevano l’orizzonte, in flash abbastanza sinistri, presagio, pensava, di un futuro per niente sereno.

Di sguincio osservò le imposte serrate della stanza di Corinne, intuendone la posizione del letto, immaginandola seminuda, come era solito fare, e profondamente addormentata già da qualche ora. Mordicchiandosi l’avambraccio, percorse nervosamente tutto il perimetro della terrazza, avanti e indietro, come una tigre nella gabbia di un circo, quando nervosamente attende d’essere chiamata a fare il suo numero. Le decisioni e gli obiettivi che fino al tramonto gli erano sembrati raggiungibili, seppure con grande fatica e impegno, ora sembravano lontani, scivolati oltre la curvatura terrestre, invisibili e, per questo, impossibili da raggiungere. Dovette rientrare in casa, cercare il biglietto aereo, riprendere in  mano il contratto di compravendita della casa, dell’auto e del terreno, osservare nei dettagli la sua firma per ricordarsi e riacquistare fiducia in sé stesso. Ammise d’essere un codardo per non aver detto nulla a Corinne, ammise le sue colpe e provò a scusarsi con quel dio che non aveva mai ricordato nelle sue preghiere. I suoi pensieri sfrigolarono oltre il tetto, non arrivando mai all’orecchio di un qualsiasi santo all’ascolto...

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