08/05/2012
Anteprima nazionale del film Visins di cjase (in lingua friulana sottotitolato in italiano) liberamente ispirato al mio racconto Vicini di casa, dal libro Racconti Bigami, Cicorivolta Edizioni, 2006
12:29
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26/04/2012
L'uomo sgualcito
10:04
Scritto da: tapenoon
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19/04/2012
un po' di pubblicità al film che sta per nascere
seguite il link e approderete all'articolo sul film in uscita...
http://www.contegemona.it/Testi/Visins_di_cjase_MV2012_04_08.pdf
e al sito del film...
http://www.uponadream.it/Sito/Visins_di_cjase.html
16:22
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23/03/2012
Cronache da un dietrofront - prove tecniche di idee
Il don sposta la penna dalla firma fresca d’inchiostro nero, isolando due grassissime dita dalla mano tozza e rosea, facendole strisciare sul tavolo antico e appena lucidato. Fatto il suo dovere, si sgonfia sulla sedia. Ha appena firmato la mia condanna. Partirò domani col primo treno del mattino. Mi guarda e aspetta, ma io non ho niente da dire. Che se anche parlassi, a lui non importerebbe poi molto. Credo sia solo la prassi dell’ultima parola concessa a un colpevole.
Novembre, dicembre, gennaio e ora un febbraio che sembra non finire mai. Sono passati quasi quattro mesi da quando ho commesso il fatto e tutti i miei affetti o si sono allontanati per cambiare paese, nome, identità e vita o sono morti nel farlo. L’intenzione era la medesima, il destino è stato diverso per alcuni. Non saprò più nulla di loro, a meno che loro stessi non vengano a cercarmi. Tutti sanno dove starò, di nessuno conosco la nuova residenza, nemmeno quella ultima del cimitero che li accoglie. Ma di uno che i diciassette anni li compie domani, a chi vuoi che importi qualche cosa? Ne avessi otto, sarei già stato perdonato. Però, non ne ho nemmeno abbastanza per essere linciato e quindi dovrò affrontare un limbo che non è una morte, ma poco ci manca.
Senza che glielo abbia chiesto, il prete attacca a parlare. Dice del perdono.
“Non c’è nulla di più sacrificale del perdono. Un gesto volontario talmente devastante da scuoterti le viscere prima, durante e dopo l’atto del cedere e concedere la tua pace. Lo dice la chiesa, ma a me della chiesa non interessa in questo momento. Lo grida la mia carne, che sembra volersi staccare dalle ossa e percuoterle per quello che hanno compiuto. Lo scheletro trattiene l’anima, la sorregge. I nervi e i muscoli, invece, sono solo marchingegni mossi dall’intelletto.”
16:27
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19/03/2012
in eterno, amen
padre mio,
che sei nei cieli,
da parecchio ormai,
se ciò che vedi ora,
ti sembra un posto migliore,
allora anche io sono felice per te.
14:53
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13/03/2012
Verrà il giorno in cui...
: verrà il giorno in cui, imparata una cosa che credevi non ti sarebbe servita mai, la dovrai usare e non te la ricorderai affatto, confutando decenni di studi sulla memoria a lungo termine e certi detti popolari tipo "una volta imparato a pedalare non te lo scordi più" e dirai "tutte stronzate, incommensurabili, fottute stronzate" credendo di parlare a te stesso, invece, stando in faccia a una platea di duemila persone venute apposta per sentire la tua opinione sul massacro delle balene, beh, non ci farai proprio una grande figura
14:33
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11/03/2012
Tutti contro tutti - prove tecniche di idee
Oggi la sabbia è fluorescente. Non so come ci riesca, è difficile persino immaginarlo. E forse lo sto facendo davvero. Una tempesta quasi fluida anche se so che, ci mettessi un braccio dentro, il vortice e il flusso mi restituirebbero un osso spolpato, senza nemmeno provare dolore. Ormai ho perso il conto delle ore, ma poco importa. Se quel che rimane è soltanto tempo, tanto vale non centellinarlo e usarlo tutto, fino all’ultimo secondo. Da quando il collegamento satellitare si è interrotto ho perso anche l’ultima speranza d’essere salvato. Ci vorrebbero giorni per raggiungere questo posto, in condizioni normali. Ma così, con questo fiume di sabbia che mi scorre sopra e attorno, i giorni diventeranno settimane e per allora io non sarò altro che una carcassa umana dentro un’altra carcassa ormai a pezzi. Ho creduto di fare bene isolandomi dal resto del mondo per trovare quella pace che mi era necessaria a finire il mio lavoro. Ho creduto di fare bene e per un po’ così è stato. Il romanzo di Qoirette-Lebisky mi stava entrando dentro, instillato goccia a goccia dalla pazienza, dal non dover e non poter fare altro. Di giorno dormivo, la notte traducevo. Il processo di trasformazione dalla lingua madre di Qoirette-Lebisky alla mia si svolgeva lento, prima ribelle come un puledro da domare, e poi sempre più docile, fino a scendere in stilla da una creatura all’altra in un’operazione quasi meccanica, seppure dolorosa e sofferta in ogni suo passaggio. Certe volte, le frasi che avevo reso compiutamente solide sembravano sfaldarsi sotto ai miei occhi, cresciute nel tempo trascorso in un mostro abominevole, quasi privo di significato. Allora, strappavo i fogli, ringhiando e graffiando le pareti arrugginite della cabina. Sbuffavo, nitrivo, mordevo e alla fine, stravolto e sconfitto dalla calura e dalla rassegnazione, belavo come una pecora smarrita, sceso a quattro zampe sul pavimento lercio per ritrovare la strada di casa, il tavolo traballante, il libro ancora da tradurre, i fogli appena nati di poche parole insicure. Non era una copia che stavo tentando di fare, ma l’ombra di un romanzo che amavo più della mia stessa vita, un’ombra vera e piena di luce, che si sovrapponesse al suo padrone e lì restasse, diversa eppure uguale.
21:28
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08/03/2012
Del divino
Suora. Sola, seduta nella stanza.
“Dica” disse.
“È qui che fanno catechismo i bambini di terza?”
“No, al primo piano. Ma aspetti con me, hanno quasi finito.”
“Ho capito”. Feci un paio di passi avanti e la porta si chiuse da sola, alle mie spalle.
La suora si alzò e si avvicinò a una lavagna. Era molto grassa, piuttosto bassa, visibilmente sferica. Dondolava, più che camminare, e il dondolio la spingeva avanti o di lato, a seconda che piegasse o meno la testa, spostando il baricentro. C’era una scatola con dei gessetti bianchi. Ne prese uno e tracciò una linea verticale. Come cominciò una seconda linea, il gessetto si spezzò in due parti. La più grossa finì dietro la lavagna, sotto una pila di sedie accatastate. Alla suora non rimase che un moncherino quasi più corto delle sue grosse dita tozze. Prese un gessetto nuovo e ricominciò a segnare linee sulla lavagna.
“La vita..” disse senza badarmi “..è un’ipotenusa, niente di meno e niente di più. Unisce due cateti i cui vertici, solo perché vogliamo nominarli, possiamo definirli nascita e morte. Ecco che la vita è l’unione tra la nascita e la morte e, sorpresa delle sorprese, arrivatati alla fine, ecco che si ricomincia. Via veloci verso una nuova nascita e una nuova ipotenusa da attraversare. È chiaro?”
Non stava parlando con me, me ne rimasi zitto.
“È chiaro?” disse ancora, alzando la voce.
Mi sentii di dover rispondere. “Tutto chiaro”.
“Bene, si accomodi allora” disse ancora, indicandomi la sedia e il tavolo dietro al quale stava seduta. Presi posto e nell’accostare la sedia al tavolo mi accorsi della presenza di una bottiglia di Laphroaig mezza vuota, seminascosta sotto al tavolo.
“Suora, non mi dica che..” ma lei m’interruppe, sollevando la mano col moncone di gessetto incastonato tra le sue dita come un piccolo diamante polveroso.
“Non vorremo mica disturbare la preghiera conclusiva dei nostri bambini, non è vero?
Annuii, sconcertato.
“La vita..” proseguì “..chiude un cerchio, anche se stiamo parlando di un triangolo. Definisce un’area, proprio qui in mezzo. La vede?”
La vedevo e glielo dissi.
La suora piantò sonoramente il gessetto al centro del triangolo, facendolo esplodere e dissolvere in una nube bianca.
“Ecco, qui ci sta Dio. Tocca tutti i punti dei cateti, dell’ipotenusa. Non ha scampo. Non ce l’ho io, come non ce l’ha lei. Anche questo le è chiaro?”
“Chiarissimo” risposi quasi stizzito.
“Ottimo, allora brindiamo.”
Mi si avvicinò a passetti sorprendentemente rapidi. La sua divisa grigia e nera era ricolma di ditate bianche. Circumnavigò il tavolo e, rovistando dietro un’altra catasta di sedie, estrasse due bicchierini. Preso il Laphroaig, ne versò due generose dosi dentro ai bicchieri che sembravano aspettarci. Me ne diede uno e poi alzò il braccio rotondo al cielo, mormorando un brindisi particolarmente sentito. Vuotai la mia dose e subito l’esofago avvampò di fuoco e torba. I bambini spalancarono una porta al primo piano e scesero le scale a cascata, urlando indemoniati. Non ci fu bisogno di chiudere e riaprire gli occhi per sapere che la grassa suora a cui avevo tenuto compagnia era scomparsa. E con lei la bottiglia di whiskey. Il primo dei bambini che mi raggiunse strisciò carponi fin sotto la pila di sedie e raccolse il gessetto spezzato e, raggiunta la lavagna, completò la figura geometrica triangolare con un paio di antenne e due braccia robotiche, trasformando la nostra vita e Dio in un automa moderno e invincibile. Avrei dovuto sgridarlo, ma mia figlia mi aveva già rintracciato e abbracciato.
08:33
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29/02/2012
Dell'Altrove
Più che Aldilà, dovrebbero chiamarlo Altrove, appunto. Perché i nomi sono importanti, infatti definiscono. Finiscono definitivamente l’oggetto nominato, mandandolo, in questo caso, Altrove (un posto che, anche se a fatica, si può raggiungere) e non Aldilà (dove di solito non ci puoi mai andare, nemmeno se muori). Per quanto fervente, a uno che ci crede veramente un appiglio fa sempre comodo, basta una parola di conforto, che non ci costa nulla dire. Sono altrove, quindi. Non sono più qui, me ne sono andato via, morendo. Io direi che di gran lunga meno triste.
16:37
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14/02/2012
Spotz sanvalentiniani
Ti do una mano
a dirle ti amo.
Anche se piove,
solo perché sei tu,
ti regalo un cielo blu
spot Viagra per San Valentino. Censurato dall'amalgama proletaria
13:49
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13/02/2012
Paradisismo
In Paradiso ci si somiglia un po' tutti. Fluttuare non è una novità, l'empatia è considerata quasi volgare e primitiva, esistono forme ben più alte di comunicazione reciproca. Luce pastello, senza agenti chimici, silenzio, ma anche musica. Basta desiderarlo. Ho riconosciuto l'Altissimo per due motivi piuttosto ovvi:
- per vederlo ho dovuto guardare in altissimo
- ha una t-shirt con la scritta "dopotutto" non è un avverbio, ma una condizione.
14:27
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10/02/2012
versi sparsi da Rime Tempestose
siamo soli / e ancora non ci basta / che razza d'astro ancora vorremmo essere?
tratto da Rime Tempestose, libercolo virtuale.
13:25
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miopia mia
Nel vedere,
i miei occhi sono lenti.
Il resto è
tutta una montatura.
08:02
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09/02/2012
Proto Haiku del disagio invernale
Nevica sull'Italia tutta.
Proteste coi fiocchi.
14:07
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29/01/2012
Senz'amen
14:16
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