04/02/2010
So close, too close
Vicino alle cose c’è un angolo buio che vedi, ma dentro al quale non vedi. Così tu non guardi le cose, ma quello che accanto a loro non puoi guardare. E’ quello che accade, per come accade, passa inosservato.
21:58
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02/02/2010
Più che parte - poesiola rinvenuta tra bus e bus
Amore.
Non provo dolore.
Il tuo pugno sbadato.
Ha pugnalato.
Il cuore sbagliato.
Lasciarsi così.
E' poi cosa da nulla.
Mi chiedo però.
Quale la sorte.
Di quel povero cuore.
Colpito a morte.
Fossimo tutti come te.
L'Amore sarebbe, ohimè.
Corpo del reato.
Più che parte.
Di un corpo amato.
13:58
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01/02/2010
Chei di "Contecurte"
Vi collego volentieri al blog in madrelingua Contecurte nel quale è stato inserito un altro piccolo post in friulano. E' stata una piacevole parentesi, non so quanta acqua dovrà passare sotto il ponte prima che riprenda a pensare in friulano e poi a scriverlo, chiedendo venia per la grafia.
http://contecurte.splinder.com/post/22161344/%C2%ABSERVIZ...
09:12
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29/01/2010
cOME mI sENTO oGGI
oGGI mI sENTO gALANTE cOME lA pECE, sICURO cOME iL dENARO, fORTE cOME uNA cURA sPERIMENTALE fALLIMENTARE, cAPACE cOME uN cASTELLO dI cARTE iN bALIA dI uN vENTILATORE. pUNTO.
14:47
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28/01/2010
Circolare Familiare
Lo dissi a mia madre, che lo disse a suo marito, cioè a mio padre, che avvisò la nonna, cioè sua madre, e poi il nonno, cioè suo suocero, e quello lo disse a mia zia, cioè sua figlia e sorella di mia madre, che lo disse a mio zio, cioè figlio di mia nonna e fratello di mio padre, che lo disse a mio nonno, cioè il padre di mia madre che lo sapeva già e che comunque lo disse a mio cugino, cioè al figlio di mio zio e fratello di papà che lo disse alle sue due cugine gemelle, tra l’altro cugine anche mie e figlie della zia, sorella di mia mamma, che in coro lo raccontarono anche a me, che però lo avevo detto per primo, che fuori aveva cominciato a nevicare.
10:21
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27/01/2010
Mico Post Satirico
a Bossi, Berlusconi aveva promesso mari e Tremonti, a Fini fuoco e Fiamma. Ai suoi, inferno e Paradisco Fiscale. A noi? Addis Abeba.
11:48
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26/01/2010
Scampoli di lettura - "Conti chiusi" di Sergi Pol
(..) Dovrei aggrapparmi al tuo cuore per non lasciarti andare? E’ questo che dovrei fare?
Non saresti più tu, se lo facessi. Ci sembrerebbe di recitare una parte strappata a forza da un copione che non ci piace. Perché dovremmo obbligarci a farlo? Preferisco camminare all’infinito e consumarmi come una gomma sull’asfalto, fino a quando di me non resteranno che capelli dentro un cappello. (..)
08:35
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25/01/2010
Diceva quel tale
Diceva quel tale, e non certo io, che saremmo una sinfonia suonata sottovoce, se solamente qualcuno avesse il coraggio di ascoltarci attentamente. Invece, siamo cacofonia urlata, che deve per forza gridare per farsi sentire.
14:17
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21/01/2010
D(i)ittagli
Le mie dita hanno qualche cosa di fortunato addosso. E se lo tengono ben stretto, senza distribuirlo al resto del corpo. Me ne sto seduto a fissarle, cercando un linguaggio adatto per comunicare con loro. Sembrano criceti spauriti, che si ammucchiano tremanti e intimoriti, incollandosi uno addosso all'altro. Il pollici sono i capibranco e, smangiucchiati dai miei incisivi nervosi, mostrano quelle cicatrici paurose, comandando le altre otto con la sola forza della loro stazza. Accanto, gli indici, sebbene più lunghi, sono deboli di intelletto, svelti solo a mostrare maleducatamente gli oggetti e le persone e basta un piccolo gesto del pollice contro di loro per bloccarli e renderli innocui, doloranti. I due medi si vergognano per la loro ben nota funzione offensiva, preferendo ripiegare verso il palmo, trascinando nella loro caduta gli anulari e lasciando che gli altri restino sollevati, in un moto pacifista. I tremolanti e goffi anulari dunque, fatta eccezione per quelli appartenenti ai musicisti, sembrano essere cresciuti all'ombra di un grande mostro che li ha sempre coperti e soffocati, obbligandoli a non imparare nulla che riguardasse un movimento autonomo. La regola naturale era forse quella del numero dispari e una mano con quattro dita, quindi, avrebbe portato troppa sfortuna. I mignoli, piccole creature dall'aspetto sempre fanciullo, sono come sempre i più coccolati, capaci d'insinuarsi nel naso, nelle orecchie, attraverso ogni anfratto purulento o irritabile. Se ne stanno beati a bordo mano, comunque mai abbastanza al sicuro dal grosso e arrogante pollice che, anche lì, potrebbe prenderli e schiacciarli. Sbiadisco all'idea che tra quelle dieci dita ci sia un potere buono che potrebbe salvare il resto della mano, del braccio, del busto e delle gambe e della testa, un potere che però non vuole essere trasmesso. Sento la rabbia salirmi dal cuore, tracimare e schiumare come acqua con troppa Idrolitina e poi fluire attraverso le vene fino al naso, fino al bicipite e poi fermarsi al polso. Non la vedo, ma so che c'è. Una diga, uno sbarramento d'ossa e nervi che impedisce alla fortuna di defluire e rendere la mia carne bendisposta alla vittoria. Lo so, la signora Fortuna non mi vedrà. Una persona brutta, cupa, nevrotica, difficilmente sarà il bersaglio di una dea, seppure bendata. Ci sono stati d'animo percepibili anche da un corpo cieco, come fossero sbalzi di temperatura. Perciò, quest'ostinato chiudersi in loro stesse, con unghie che sono lance puntate addosso alla mia figura, mi fa arrabbiare, mi fa odiare quelle protuberanze ossute e tentacolari che non vogliono sentire ragioni. Vorrei, e potrei, mozzarle. Come con le bottiglie di spumante che, perso il tappo, gettano a fontana il loro contenuto, così io potrei tranciare di netto falangi, falangine e falangette e punire quella sorta di tirchieria ditale, che non ha voluto elargire parte di quella fortuna ricevuta in dono. Le muovo nervosamente, crocchiando le ossa, nel tipico gesto dello sgraffignare per provare a scuoterle, a sollecitarle. Gioco un altro po'. Ma non funziona. Allora mi imbestialisco, urlo e faccio un balzo sulla sedia. M'incazzo insomma. Una ad una, porto le nocche alla bocca e stringo, stringo più forte che posso, fino a quando il dolore dei nervi schiacciati non m'impone di smettere. Mi ordinano di starmene zitto e giocare. Mi risiedo e provo a parlarci. Se non con le cattive, forse con le buone potrei arrivare a loro. - Ve la ricordate, dita, la prima partita? Come vincemmo con la scala reale? Fu quindici, no, venti anni fa. Sbancammo il resto del tavolo e tornammo a casa a festeggiare. E così fu per molto tempo, giocare e vincere, puntare e barare e sbancare. Fino ad oggi. Non vi capisco, io, care dita. Mi abbandonate proprio ora, a partita quasi finita. Se perdo questa non avrete più casa, automobile, il calore della pelle di mia moglie. Perciò, fate il vostro dovere. - Le apro ventaglio e mi sembrano ancora criceti spauriti, che mi guardano senza occhi, che fremono di paura. Punto le ultime energie, gli ultimi denari e chiedo le solite due carte.
14:32
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20/01/2010
Scene da un manicomio meccanico 2
08:14
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18/01/2010
Scene da un "manicomio meccanico"
11:41
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15/01/2010
Genu(ri)flessione
Che Dio, se Dio è, sia un burlone è certo. Dio ci ride sopra. Schiacciandoci.
10:38
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11/01/2010
Parentesi cerebrali in madrelingua
Divagazioni in lingua madre minoriatria.
A volte, il mio cervello, s'illumina e pensa e pretende di scrivere in friulano. Ora, la storia può dirsi mia, ma la grafia è stata giustamente e felicemente corretta dai creatori del blog "Contecurte".
http://contecurte.splinder.com/post/22029913/%C2%ABPASSA%...
14:37
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Buoni motivi
Le molte vite dei gatti non basterebbero a soddisfare tutti i miei buoni motivi per lottare di contrabbando con quest’arco temporale concessomi. Insomma, le cose che vorrei fare e dire, le facce che vorrei sfiorare, toccare, baciare, le persone alle quale intenderei fare testamento sono talmente tante che i trecentosessantacinque giorni per anno, moltiplicati per un’ottantina di volte mi sembrano già troppo pochi. Se sfido la legge della perseveranza, desiderandone l’infinito sconfinamento, è perché ho capito quanto prezioso sia il tesoro che ho già in mano.
09:42
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27/12/2009
Micro incipt a "Ne va della mia vita"
Ammetto d’essere sulla cattiva strada. Me ne sto qui rannicchiato, che potrei chiudermi dentro un guscio di noce, e non penso ai guai che ho combinato. Vedete, fare un esame di coscienza è come farne uno delle feci. Ti vergogni come un cane, anche se poi sei più tranquillo. Certo, dipende dall’esito. Però, io non riesco nemmeno a pensarci. Un brivido gelido mi percorre dalla testa ai piedi se solo provo a focalizzare la sua faccia stravolta, un dolore acuto al cuore se la sua voce mi risuona in testa. Sono una canaglia. Sono un cane sciolto e l’imprevisto fa parte della mia vita.
22:57
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