09/02/2012
Proto Haiku del disagio invernale
Nevica sull'Italia tutta.
Proteste coi fiocchi.
14:07
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29/01/2012
Senz'amen
14:16
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27/01/2012
dei librai
Lo so, parlare è facile, siamo tutti bravi a pontificare, ma lavorarci dentro è tutta un’altra minestra. Me ne rendo conto. Ma mi rendo conto anche che il mestiere del librario, così come quello del prete o del cuoco, si dovrebbe fare sentendo una certa vocazione dentro. O almeno, nei miei pensieri più ingenui e fiabeschi dovrebbe essere così. Ho sempre guardato ai librai come a dei custodi della parola, oppure come fossero il vagone di un convoglio dove in testa c’è la locomotiva dello scrittore, unita al carro col carbone dell’editore e a seguire tutti gli altri della filiera. I treni più bravi arrivano puntuali alla stazione dei lettori.
Dicevo dei librai. Ho letto volentieri l’articolo di Antonella Barina nell’inserto culturale di Repubblica della scorsa settimana (pag.104). C’è questo tizio inglese, James Daunt, che ha fatto la grana aprendo una catena di librerie in giro per Londra, imbarcando un sacco di clienti in tempo di crisi e con l’arrivo degli ebook. La ricetta è semplice quanto rara: professionalità, cortesia, atmosfera. Voglio dire, e non me ne vogliano i nostri librai, ma quante volte siamo entrati in una libreria e ci sembrava di stare al supermercato? Quante volte il libraio ci ha consigliato appassionatamente, ha estratto da una catasta di libri uno che a noi sembrava infimo e ce l’ha raccomandato? I libri, si è detto in mille maniere, sono oggetti particolari, quasi sacri. Con loro ci usi un sacco di sensi: la vista, il tatto, l’odorato. Ci fai quasi l’amore. Ci fai l’amore quando con la moglie o col marito vai in bianco. E ti piace pure. Insomma, quello che gli ebook non possono fare è questo: entrare in empatia col lettore. Hanno sì la comodità, sono sì economici, più veloci da reperire e hanno mille altri vantaggi. Personalmente, però, non mi ci vedo a leggere un ebook in un posto particolare, con la luce ovattata, l’odore del legno dei tavoli, in un’atmosfera rilassata. È un potere dato ai libri, al cibo e, per chi ci crede, alla preghiera. I migliori ristoranti, le migliori librerie, le più belle chiese sono ambienti raccolti, particolari. I più bravi cuoci, i librai preferiti, i preti benedetti sono quelli che sanno dirti e darti la cosa giusta al momento giusto, entrando in sintonia con te. Una libreria dove trovo anche uno dei miei libri (per dirne una), ma che è gestita da una statua di gesso che pigia tasti e non si muove da dietro il banco, statene certi, mi vedrà solo quando necessario. Possiedo un Kindle, acquisto e leggo ebook (anche se non da molto) e sto imparando a farli convivere. Quello che però mi manca sono le figure fisiche umane, i librai, quelli socievoli, quelli appassionati, che ti consigliano o ti diffidano, che ti sorreggono come angeli custodi. Io, se ne conoscessi di così pregni di vocazione, farei la loro fortuna.
08:56
Scritto da: tapenoon
in libri e fumetti | Link permanente | Commenti (0)
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13/01/2012
Quante parole mal spese
ho un libretto al portatore
per le parole.
Posso depositare,
ma non prelevare.
Almeno per cent'anni.
Spero m'interessi.
tratto da Rime Tempestose, libercolo virtuale.
08:08
Scritto da: tapenoon
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07/01/2012
Il duro mestiere di papà
Papà entra in casa, un po’ giù di morale.
“Com’è andata al lavoro oggi?”
“Ho fatto il calcare” mi risponde togliendosi il soprabito di dosso. La cravatta se l’è annodata moscia, il nodo arriva allo sterno.
“Non ti piace fare il calcare?”
“No, mi sento un cretino”
“Quando potremo vederti?”
“Non so, dipende dagli accordi con lo sponsor. A noi mica ce lo dicono.”
Si chiude in bagno, fa quello che deve fare, lo sciacquone romba, attraverso la zigrinatura del vetro lo vedo lavarsi le mani. Quando esce non ha più la cravatta, ma una felpa coi buchi fatti dalle braci delle sue sigarette.
“Cantavi?”
“Ma sì, una filastrocca stupida. Poi, il supereroe ci ha spazzati tutti via con un soffio.”
“Beh, mi sembra divertente.”
“Non lo è. Dov’è tua madre?”
“A farsi la ceretta”
“Cazzo…scusa, non dovevo dirlo.”
“Non importa papà, lo diciamo sempre a scuola.”
“Ah, allora è inutile trattenersi.”
Si siede pesantemente sul divano, prende il telecomando, accende la televisione. Sul teleschermo c’è la pubblicità delle caramelle alla menta. Uomini travestiti da confetti bianchi ballano e cantano in cerchio, mentre una ragazza seduta sopra una panchina ride allegra, mostrando a tutti il pacchetto di mentine.
“Qui eri davvero carino” gli dico.
“No, faccio cagare. Come tutta la pubblicità”. Solleva il braccio, punta il telecomando, spegne la televisione.
“Magari quella dell’anticalcare andrà meglio” gli dico sperando di tirarlo su di morale.
“Magari. Per voi bambini anche un papà in calzamaglia bianca che scappa davanti a un prodotto chimico sembra una cosa bella. Per noi adulti è diverso.” Mi passa una mano tra i capelli e prende il giornale.
“Dove hai detto che è tua madre?”
“A farsi la ceretta.”
“Cazzo..” e stavolta non mi chiede scusa.
11:57
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04/01/2012
Giugno 1985, Gabriela Sabatini vs Chris Evert
Giugno 1985, ho tredici anni e mezzo. Mio papà mi dice all’improvviso che sono figlio dello spavento, ma che mi vuole bene lo stesso. Siamo seduti all’indiana sul tappeto del soggiorno, a contemplare una televisione accesa sugli Internazionali di Francia di tennis, in attesa che la maglietta bianca di Gabriela Sabatini, che si sta giocando la semifinale con la Evert, diventi trasparente grazie al sudore. È un’attesa spasmodica che si interrompe bruscamente con la sua rivelazione. Dice, io e tua madre chiamiamo così il tuo concepimento, ma non ti devi offendere. Si volta a guardarmi in faccia, capisce che sono confuso. Prende il telecomando, lo punta verso la televisione, pigia un tasto e lo schiocco della pallina, il borbottio dello speaker e quello del pubblico scompaiono. Ma per me sono le immagini a contare e soprattutto quei dettagli sull’abbigliamento di Gabriela. Ci siamo quasi. Sotto di un set, l’argentina si sta innervosendo e più la tensione cresce più il suo corpo produce sudore, appagandoci. Mio padre getta un’occhiata al teleschermo e una a suo figlio, cercando di tradurre le informazioni da entrambe le direzioni. Vedi, continua, tu sei stato concepito il quindici settembre, nel momento esatto in cui ci fu la scossa di terremoto. Tua madre e io facevamo sempre molta attenzione a, voglio dire, a che io non, insomma, a non fare tutto dentro, hai capito quello che intendo dirti, non è così? Parlando, mio padre dondola testa e corpo usando le ginocchia come fine corsa sul tappeto e il telecomando come metronomo per darsi il tempo. Non ho capito e credo che lui se ne renda conto. Ecco, mi dice fissando Gabriela sedersi sulla seggiola, controllare il manico della racchetta e poi immergere la chioma nera dentro un asciugamano candido, noi non volevamo avere figli, non ci piacevano. Si rende conto di aver esagerato e corregge subito il tiro. Cioè, non eravamo pronti ad averne, mi segui? Dopotutto eravamo molto giovani, sposati da poco e volevamo spassarcela, mi segui? Annuisco debolmente, ma tanto gli basta per darsi un po’ di coraggio. Allora, sai che un uomo e una donna fanno all’amore ogni tanto no? Lo sai questo vero? Voglio dire, a scuola te l’avranno pur insegnato? Non aspetta la mia risposta, che probabilmente lo deluderebbe, e continua la sua confessione non richiesta. Insomma, anche io e tua madre lo facevamo, lo facciamo ancora se è per questo, e anche quella sera lo stavamo facendo, mi capisci? Ebbene, stavamo lì a fare l’amore quando il pavimento comincia a sussultare. Muove la mano, guardandosela, per simulare solo per me come un pavimento possa letteralmente ballare durante una scossa del decimo grado della scala Mercalli. E, dice, siccome mancava poco a che io, beh voglio dire, a che io raggiungessi il coso, come lo chiamate voi giovani quella cosa lì... Scuoto la testa ignorando a cosa si riferisca e mettendolo in una brutta posizione. Mio padre sbuffa agitato, ma ormai non può più tornare indietro. Insomma, continua, quando un uomo, ma anche una donna, sono in cima al..al…all’amore, ecco, succede una cosa e dopo uno sta bene, anche se si sente molto stanco. Quella cosa lì, che ti succede quando fai all’amore con una donna, beh, ecco, proprio quella cosa lì, se ti succede mentre sei ancora dentro una donna, fa nascere un bambino, non sempre ma abbastanza spesso. E siccome io e tua madre non volevamo, stavo sempre attento a non starci dentro a tua madre, non so se mi spiego. Gabriela ha ripreso a giocare, ma perde punti su punti e la sua maglietta fatica a diventare trasparente. Io vorrei seguire le sue evoluzioni, ma capisco che mio padre sta cercando di dirmi qualche cosa di importante e capisco anche che non ci sta riuscendo molto bene, per cui cerco di prestare attenzione e seguirlo, anche se mi risulta impossibile. Mio padre si picchia le cosce con i palmi delle mani, strofinandoceli sopra e prosegue. Bene, quando la scossa è cominciata io stavo proprio per uscire, ero sul più bello insomma, ma la scossa ci ha fatto spaventare. Tua madre ha gridato, io ho gridato e zacchete, è successo che sono venuto dentro tua madre. Venuto? gli chiedo. Mio padre fa spallucce e riprende il mano il telecomando, puntandolo verso la televisione e alzando nuovamente il volume in un gesto nervoso. Lo chiamano così, dice e poi prosegue. Ecco, nove mesi più tardi sei nato tu ed è chiaro che sei stato concepito quella sera, durante la scossa di terremoto, per colpa dello spavento che ci siamo presi. Da allora ci siamo sempre stati molto più attenti e io ho fatto quello che dovevo fare fuori, badando a prendermi in anticipo. Gabriela Sabatini ha perso la semifinale. Sconsolata, se ne torna alla sua sedia mentre Chris Evert alza le mani in un gesto di trionfo. Guardo la bella argentina raccogliere le sue cose e uscire dal campo a testa bassa. La sua maglietta si è bagnata di sudore, ma mai abbastanza perché noi potessimo guardarci attraverso. Mi volto verso mio padre, guardandolo negli occhi. Insomma, vi dispiace che sono nato? Mio padre si alza di scatto e va alla finestra. Certo che no! esclama a voce fin troppo alta, ma volevo dirtelo tutto qui. Bussano alla porta, mio padre approfitta per lasciar cadere il discorso e corre ad aprire. Il collegamento televisivo con i campi da tennis francesi si è interrotto, Gabriela Sabatini non andrà in finale. Si rifarà in agosto, entrando nella top ten WTA, approfittando di una seconda possibilità che a mio padre non concederò.
13:19
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30/12/2011
Voci del demone
Voci che un nuovo demone fosse salito in terra per infestare prima di tutto i parchi acquatici le avevo già sentite, ma senza dar loro il giusto peso evidentemente. Poi, ci fu quel giorno durante il quale visitai la vasca dei delfini e una cosa lattiginosa e schiumante mi venne vicino, afferrandomi una scarpa e trascinandomi letteralmente in acqua. Buon dio, fu terribile e pensai di morire affogato. L’amalgama dei vestiti inzuppati rendeva la risalita in superficie mille volte più faticosa, il panico dentro al petto mi faceva vibrare il cuore. Volevo gridare e non potevo. Finalmente tornai a galla e sputai acqua e sangue, che avevo le gengive sempre infiammate. Qualcuno mi afferrò per i capelli e con un balzo dal basso verso l'alto mi ritrovai seduto sul trampolino. Lei aveva la tuta da sub, ma non la maschera e nemmeno le bombole. La muta era la sua pelle, che io trovai meravigliosa. Nera e gialla, come una salamandra. C’è il demone, le dissi calmo, ma dentro mi sentivo morire. Lei sorrise, si voltò e tornò verso l’uscita. Trascinandomi e gocciolando la rincorsi fino ad affiancarla, superarla e poi sbarrarle la strada. Ma non hai sentito quello che ho detto? C’è il demone là dentro, mi ha trascinato sul fondo. Questo non vi spaventa? La ragazza mosse un braccio e la muta le scricchiolò addosso, sgusciante. Appoggiandomi la destra sulla spalla sinistra mi spostò delicatamente ma inesorabilmente, fino a togliermi dal suo percorso e poi riprese a camminare. Mi voltai verso la piscina, per capire se qualcuno avesse visto la scena e volesse darmi ragione, se non aiutarmi. Laggiù, sul bordo, proprio accanto al trampolino, un giovane dalla faccia sana e dalla muta simile a quella della ragazza, nutriva accucciato un delfino, lanciandogli piccoli pesci dritti in bocca. Inghiottendone uno, l’animale spostò il muso affusolato verso di me e parve schernirmi. Allo stesso modo fece il ragazzo. Mi voltai ma la ragazza-salamandra non c’era più. Nell’aria odore di squame e figuraccia.
18:10
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29/12/2011
Riflessioni post-riflessioni
Andatevene. Nel delirio delle vostre facce scure, andatevene. Io dipingo. E non mi muovo. Pittura e immobilità, tanto mi basta. I coppi raccolgono tutta la neve che possono contenere nel loro incavo e io, che li guardo, mi dico che noi capricorni amiamo le conche e i posti racchiusi. Centri storici così come gomiti o i nidi delle ginocchia. Non possiamo farci nulla, poiché sono le stelle a suggerircelo. Non vi dirò: odio le comitive. Lo avete capito già da voi che non le sopporto e chi ne fa parte non è il benvenuto in questa casa. Andatevene, vi dico e lasciatemi solo. Se il freddo attraversa la mia casa da parte a parte, la freccia di un cupido nordico innamorato del gelo, mi lascerò morire lentamente, con l’espressione congelata di chi ha visto accadere un miracolo ed è morto nell’istante successivo. Beatitudine, non la chiamano così?
A chi mi chiede quanto valga questo mio quadro o quell’altro mio dipinto, io rispondo che non hanno alcun valore, poiché il valore non è nulla in questa stanza. Non conta, così come non conta il potere, il sesso, la gioia o la tristezza. I sentimenti sono “il sentimento”, ridotto ai minimi termini dalla pazienza e dalla riflessione. E se proprio dobbiamo dargli un nome lo chiameremo “gentilezza”, che vale per tutto e per tutti. Come dite? Sono pazzo. Pazzo io? Pazzi gli altri. Voi ad esempio.
17:33
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28/12/2011
Festa - abominio di scritture in prova
Festa. Tanta acqua in paese, giù dal cielo, da desiderarne altrettanta, perché quando ci si fa male, pare strano, ma se ne vorrebbe dell’altro a cancellare quello presente. E allora, noi ragazzacci di nemmeno quindici anni, chiediamo altra pioggia, ancora più scrosciante, a cancellare la pioggia che applaude sulla lamiera ondulata della catapecchia, sull’eternit mai rimosso, ora illegale. Tuttavia, Festa! Paesani incarogniti davanti a una griglia in ebollizione, costicine bruciate, patatine fritte, polenta gialla e polenta bianca, salsicce allungate dal grasso, minestrone di fagioli, e il piatto misterioso, dove uno a caso dei cuochi può improvvisare, voltandosi a guardare il cliente, giudicandolo dalla faccia e così scegliendo in base alla simpatia. Tutti lì ad aspettare un avventore, festaiolo incallito nonostante il diluvio, mentre qualcuno giù alla cassa richiede solo un bicchiere di vino e gliene vengono assegnati due: uno pagato e uno in omaggio. Ma non lo voglio, dice. Invece te lo bevi, gli viene risposto.
Graziella mi mostra le mani e sui palmi vedo qualche cosa. Qui ci riconosco la linea dell’amore, le dico. No che non la vedi, fa lei. Invece sì, insisto e ci passo un dito sopra, ma forse sto sbagliando tutto. Però a lei sembra piacere e mi lascia fare, sorridendomi con la bocca sporca di gelato al cioccolato. Perché vuoi darmi un bacio? mi domanda a voce talmente alta che si voltano tutti a guardare. Ma sei matta? sono costretto a dire tra i denti, che davvero il bacio glielo volevo dare ma in santa pace e senza dovermi dimostrare maschio davanti a tutti. Lei se ne va delusa, io me ne vado deluso. Intanto la pioggia non smette e davvero accelera, esaudendo il nostro desiderio masochistico. Guardo le gocce salire dal pantano che hanno creato, esplodendo per risalire poi verso l’alto, come stalagmiti tra l’erba verde. Graziella corre via, agitando le braccia sopra la testa e a me viene da ridere, che un minuto fa la volevo qui tutta gattamorta coi suoi occhi verdi e grigio metallo e ora già mi sembra troppo stupida, che corre e agita le mani come fossero un ombrello mobile. Che stupida. Ma già mi pento di quello che penso e vorrei tornasse indietro.
Sei un coglione Barotti, mi sento dire alle spalle. Mi volto col pugno chiuso, pronto a menare un fendente a caso e mi accorgo appena in tempo che la frase non è diretta a me ma a mio padre. Non l’avevo visto avvicinasi. E ora che lo posso guardare, eccolo lì a due metri da me, imburrato nell’imbarazzo senza via d’uscita di quello che viene preso in giro e non sa come rispondere se non arrossendo e voltando le spalle per tagliare la corda. Il tutto davanti a suo figlio. Io sto al coperto, sotto la tettoia che sfrigola come una friggitrice sotto i colpi delle gocce. Ennio il cacciatore, quello che gli ha dato del coglione, sta al coperto, sopra la panca vicino alla porta, con gli scarponi immersi nella ghiaia fradicia e il culo sul legno asciutto. Mio padre prende secchiate e vento a pochi passi dalla porta, indeciso se entrare o andare via. Sì, ma via dove?
17:36
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cose che rotolano
Allora vidi la macchina imbarcarsi tutta da un lato, sollevarsi lentamente come lentamente un giocatore di poker solleverebbe una donna di cuori, carta mancante per completare la scala reale che gli darà vittoria, fama e soprattutto un sacco di grana (grana che poi perderà centellinandola nelle mani successive), e siccome la lentezza fa parte del gioco, del bluff come della strategia, ogni movimento acquista sacralità e peso (peso reale intendo), sicché la macchina che s’imbarcò e si piegò tutta da un lato acquistò peso (come se non ne avesse già abbastanza), trasformandosi in macigno che rotola ed è già frana così da solo, e i due pneumatici, sui quali tutto il peso della vettura-macigno-frana, si piegarono sopra le linea del diametro venendo a somigliare a due monetine poggiate sui binari e sformate dal passaggio di un treno e poi raccolte e portate in trionfo dai ragazzini festanti, monetine che poi non serviranno più a un bel niente perché tutti i flipper, tutti i videogiochi di questo mondo le risputeranno schifate, inorridite da quella forma che non è più coniabile tanto che solo allora i ragazzini si renderanno conto di quanto è stato stupido il loro gesto (anche se maledettamente divertente) e così facendo hanno sprecato l’unica chance economica del fine settimana, e su questa faccenda delle ruote che si piegano come monetine facendo esplodere e schizzare via in uno lampo slabbrato i pneumatici (molto lisci, a dirla tutta) non c’è molto altro da dire e così, ricordo, concentrai lo sguardo sui due fanali accesi in forma abbagliante che, nonostante la carambola anormale, continuavano a emettere una forte luce bianco-lattea in movimento ruotante che, se volessimo davvero essere cinici fino in fondo, ricordavano le stroboscopiche illuminanti la pista da poco abbandonata dal conducente e dalla sua compagna (amante, diciamo le cose come stanno, perché sua moglie già dormiva amabilmente nel grande letto matrimoniale, ignara di tutto) e nel volo (lo ammetto) maestoso che la scocca stava facendo davanti ai miei occhi i fasci di luce danzavano piroettando, perché no?, felicemente e pensai che forse era tutto lì il segreto, mi spiego, il segreto della vita: carpire i dettagli, perché sono quelli che di solito ci sfuggono e riducono la realtà a una cosa piatta e uguale per tutti, invece cogliendoli ogni cosa cambia volto (e lo cambia solo per noi) e così fui felice di questa rivelazione, che però non mi fu utile per evitare l’impatto con l’avantreno piuttosto robusto.
10:18
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29/11/2011
trailer Visins di Cjase
Ecco il link al film "Visins di cjase" (Vicini di casa) lungometraggio in lingua friulana liberamente ispirato al racconto Vicini di Casa, tratto dalla raccolta "Racconti Bigami" edito da Cicorivota Edizioni, 2006. E' sottotitolato in lingua italiana, dunque fruibile. Guardatelo, ascoltatelo, spero vi piaccia. La canzone finale è stata composta e suonata appositamente dai Bakan.
08:15
Scritto da: tapenoon
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22/11/2011
Filastrocca Allocca
Posato sulla riva del fiume
il corvo rifletteva sulle sue piume
e del perché tutte quelle sue brame
per non aver mai avuto squame.
“Pesce io sarò
se, una per una, mi toglierò
queste piume.
Dovessero nascere e morire cento lune,
ma io lo farò.”
Così ebbe inizio
la sua mutazione,
con l’artiglio e con il becco
si tolse proprio tutto,
ci rimase quasi secco.
Nudo che fu,
levata l’ultima piuma,
il corvo volse il becco all’insù,
guardando alla luna.
Tra le nuvole e il vento,
con suono spento,
con grande portento,
i suoi fratelli gracchiavano ridendo.
Li sentì cantare,
li vide volare,
mentre stavano dicendo:
“Avete visto quel corvo nudo?
sembra un pollo crudo,
col forno che l’aspetta
per cucinarlo in tutta fretta.”
“Ma io sono un pesce!
Vedrete, tra poco mi riesce
di trasformarmi e poi nuotare,
e sott’acqua respirare!”
I corvi sorvolarono
il fiume e se ne andarono.
Gracchiando e sghignazzando
continuando a volare,
senza mai atterrare.
Una trota sollevò
uno spruzzo e si avvicinò
a quell’uccellaccio senza piume,
rimasto solo in riva al fiume:
“Che avete da blaterare
tutti quanti voi lassù
che io ho da fare sì quaggiù:
nuotare e poi mangiare,
schivare e non abboccare
all’amo del pescatore,
che mi cerca e non per amore!”
“Caro pesce,
tu sei uno che mi capisce!
Sto qui ad aspettare
che mi crescano le squame.
Appena sarò pronto,
ti verrò a cercare,
così potremo nuotare,
senza più dover render conto.”
La trota saltò e poi schizzò
l’acqua in faccia al corvo,
che la guardò tutto torvo.
“Sei proprio un ingenuotto,
tu non puoi venir qua sotto.
Le squame non bastano per nuotare
sott’acqua e respirare.”
“Ah no?” disse l’uccello,
che non sapeva neppure quello.
“No, le branchie tu non hai,
senza quelle annegherai.”
“Ahi” disse il corvo “e adesso come faccio?
mi sento già uno straccio.
Ho freddo e molta fame .
E se adesso arriva un cane?
Mi prenderà, mi mangerà,
fino all’osso mi succhierà”.
La trota sorrise come sorridono le trote:
senza labbra, senza rossore sulle gote.
“È probabile che sia,
così come dici tu.
Fossi in te io me ne andrei,
sopra gli alberi o un po’ più su.”
“Ma senza piume come faccio,
morirò seduto e all’addiaccio.”
Da lontano sentirono abbaiare,
fischi e uomini chiamare.
“Pongo, Fido, Bubiiiii,
correte e cacciate in tutti i buchi!”
“Son già qui”
disse il corvo, che non sapeva lì per lì
bene cosa fare,
se non piagnucolare.
Poi d’un tratto si sentì sollevare,
pizzicare la nuca, ma senza fare male.
Guardò in alto,
verso il cielo calmo.
Allora vide una nube d’ali,
liberarlo da tutti i mali.
Piume neri e becchi gialli,
voci rozze ma più belle di cento galli.
Si passavano la voce,
che grassi vermi laggiù alla foce,
aspettassero i loro becchi,
prima d’esser troppo vecchi.
“Andiamo, andiamo!
Verso Sud e poi mangiamo!”
Gridavano cantando,
sollevando spruzzi d’aria
sulla pelle infreddolita,
senza peli e senza dita,
del misero compagno,
che sognava uno stagno,
o almeno un bel bagno.
I cacciatori contemplarono
quello stormo e poi gridarono:
“Ma guardate quei neri corvi,
al sole sembrano vermigli.
E hanno un pollo tra gli artigli!
Dove l’avranno mai rubato?”
La luna già calava,
dell’aurora si parlava,
tra i corvi ormai lontani
dalla trota e dagli umani.
Il corvo nudo e crudo
sollevato come un sacco,
rifletteva sul suo smacco.
E grato per esser stato salvato,
imparò senza primato
che nascer pesce, uccello o pianta
è già di per sé meraviglioso.
e che nessuno va a ritroso.
Tu le scelte le puoi fare,
trasformare e poi cambiare.
Ma la natura è una sola,
tutto, in una semplice parola.
Fortunato tu che sai
già tutto quello che vorrai.
Fortunato tu che puoi
amarti come sei
e così e senza guai
amare tutto quel che fai.
10:05
Scritto da: tapenoon
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21/09/2011
Rime tempestose 3 (libercolo virtuale)
Si alzano al mio passaggio
ma non è per deferenza,
non sono poi così saggio.
Le zolle di terra bagnata
fanno presa e poi lasciano
la mia suola gommata.
16:58
Scritto da: tapenoon
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20/09/2011
Cos'è e che cosa sono?
Cos’è la dignità del dolore? Semmai si può raccontare, se esiste o non esiste, se è una rima e basta, il verso di una preghiera e basta, il suono dello starsene in silenzio e basta, l’attesa che non ti lascia sorprese e basta. Che vuol dire essere dignitosi di fronte al dolore? Affrontarlo? Accettarlo? Condividerlo e così suddividerlo? Evitarlo? Che armi ho a disposizione? La pazienza, la concentrazione, la devozione, l’ironia, la satira, la speranza, la fatalità?
Il dolore è un’alleanza a larghe intese. Ha più seguaci lui che tutto il clero. Si estende orizzontale, è un grande animale steso sopra il quale tutti noi camminiamo. Io non sono degno del dolore, ma lui è degno di me. Se lo guardo affrontato da altri mi sento piccolo, stupido, incapace e buontempone, che non è una bella cosa.
14:26
Scritto da: tapenoon
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13/09/2011
Vangeli Ipocriti - priorità vocali
Ci rivolgemmo in coro a Lui in persona in un’ode imponente e una colomba discese e, miracolosamente, si rivolse a noi dicendoci di parlare cortesemente uno alla volta, che altrimenti avrebbe preso fischi per fiaschi.
08:19
Scritto da: tapenoon
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